n questa decima puntata del libro di Giuseppe Scianò “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò Colonia” l’autore, lasciando parlare i testimoni dell’epoca (anche Giuseppe Cesare Abba, il cantore di Garibaldi, che da buon ligure non si rende conto, in certi passi, di smentire se stesso), ci dà la misura del ruolo centrale svolto dalla mafia durante la cosiddetta impresa dei mille 

3.1. Garibaldi a Salemi: di bene in meglio... – A Salemi il primo applauso, ma non certamente spontaneo. Il Barone Sant’Anna ed i suoi amici avevano fatto un buon lavoro. Una delegazione di cittadini di Salemi va infatti incontro festosamente a Garibaldi e gli mostra il tricolore che sventola sul castello, fatto costruire nel XIII secolo da Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia. È la prima volta che il tricolore precede l’arrivo dei Garibaldini. Soltanto di qualche ora, presumiamo.
Maggiori i festeggiamenti in città dove la gente grida: «Morte al barbone!» (e non «al Borbone», come sottolinea il Bandi che non perdona ai Siciliani la scarsa conoscenza e la pessima pronunzia della lingua italiana in quelle pochissime occasioni in cui la usano). Mentre Garibaldi con i baroni Mistretta, Torralta e soprattutto Sant’Anna fa alta politica (e di ciò parleremo ampiamente).

Il Bandi intanto ci spiega ciò che fanno gli altri Garibaldini:

«Tutto quel primo giorno di fermata a Salemi fu speso nel fare apparecchi, si tolsero due cannoni dai vecchi ed inutili affusti, per farne loro dei nuovi, ai quali si adattarono ruote da carrozze, si dié mano a fabbricar delle lance; si requisirono i cavalli, e si aprirono gli arruolamenti pei villani, che in buon numero erano accorsi in città».(8)

Dopo avere parlato della grande meraviglia dei villani (ma non erano quelli gli insorti ed i guerriglieri che si battevano per l’Unità d’Italia ancor prima dello sbarco dei Mille, come afferma la storiografia risorgimentale?), il Bandi ci dice che i villani stessi si mostrano veramente convinti che, con quei portentosi argomenti, i Garibaldini avrebbero sconfitto in prima battuta i Barbone, i Napoletani e gli sguizzeri.

Insomma il Bandi non ci sta a fare passare per insorti quei poveri villani, mandati lì magari dai galantuomini, dai quali dipendono. E non sospetta però che quei villani possano, con ammirazione ostentata, fare buon viso a cattiva sorte e farsi beffe di lui.

In qualche modo gli siamo grati tuttavia per il fatto che non parli di folle inneggianti all’Unità d’Italia ed a Vittorio Emanuele. Quello che invece non apprezziamo è il tono di superiorità che mostrerà sempre nei confronti dei Siciliani e l’ironia, talvolta eccessivamente cattiva, e persino razzista, con cui descrive, sempre o quasi, i suoi interlocutori locali.

Ecco, ad esempio, il commento che l’aiutante di campo di Garibaldi fa alla meraviglia di quei villani:

«Nel vedere quella gran curiosità de’ villani, io rammentavo i racconti di que’ viaggiatori, che ci dipinsero i selvaggi (sic!) stupiti e trasecolati dinanzi a’ coltelli e ai fucili e ai gingilli di vetro, che loro si mostravano per allettarli, e ne facevo gran festa».(9)

Poco dopo definirà, ancora una volta, Siciliani beduini i cosiddetti volontari. (10)

Necessaria, al riguardo, una riflessione. Il fatto che i collaborazionisti non vengano quasi mai stimati dal nemico (con il quale, appunto, collaborano) è notorio. Ma il Bandi, con il suo razzismo, ironico e graffiante, ci dimostra ancora una volta che i fratelli d’Italia, che nel maggio del 1860 avevano invaso la Sicilia, non erano affatto fratelli dei Siciliani. E che egli stesso, ufficiale addetto alla persona del generalissimo Garibaldi, era dopotutto prevalentemente un gran maleducato.

Un’ultima esperienza del bravo Bandi a Salemi. Ad un certo punto, nella piazza principale della città di Salemi, il Bandi vede campeggiare sul portone di un palazzo un grosso stemma dei Borbone. E chiede alla piccola folla che lo circonda:

«O Siciliani… che si tarda a buttar giù quella vergognosa insegna. La folla – continua il toscanaccio – mi ascoltò in silenzio; nessuno voleva essere il primo a fare atto di ribellione o a dir bravo! a chi lo proponeva».

Insomma il tenente Bandi non nutre, neppure per un attimo, il dubbio che l’impresa dei Mille possa non essere affatto condivisa da quelle persone che, dopotutto, sono pur sempre capaci di intendere e di volere più di quanto i Garibaldini non pensino. Racconta ancora:

«Ad un certo punto si fece dinanzi un uomo di belle forme e dall’aria risolutissima, che seppi essere uno dei fratelli Sant’Anna. Costui gridò: “Sì, sì, abbasso quell’arme!” e avventò contro l’arme una grossa mazza che aveva in mano». (11)

Il raccontino si conclude con il coraggioso gesto del Bandi che, salito su una scala, che intanto quei villani gli hanno portato, stacca lo stemma (di legno o di gesso probabilmente), lo getta a terra e lo dà in pasto alla folla che inizia a calpestarlo, a farlo a pezzi ed a bruciarlo, su suggerimento del vecchio Giusmaroli, che aveva raccomandato al Bandi «briusel, briu- sel», cioè brucialo.

Abbiamo riportato, pressoché integralmente, un episodio secondario che erò ci dà tante conferme importanti.

Come mai in una Salemi che festeggia, oltre ogni dire, l’ingresso
dell’Eroe, non esiste quel minimo di politicizzazione che faccia applicare la regola rivoluzionaria di abbattere le insegne dell’odiata dinastia dei Borbone? Che razza di insorti sono mai quelli di Salemi e che razza di rivoluzione hanno fatto? Cosa pensano realmente i cittadini di Salemi?

C’è di più, se stiamo bene attenti e riflettiamo su ciò che ha scritto il Bandi.
Nonostante le imprecazioni e le esortazioni del tenente garibaldino, la folla infatti non si era mossa. Si muoverà quando – e soltanto quando – uno dei fratelli del barone Sant’Anna darà l’imbeccata. Anzi darà un ordine ben preciso, come si addice al fratello del Capo, «dall’aria resolutissima». Come dire: «A Salemi non si muove foglia che il Barone Sant’Anna non voglia». Ma non solo in quanto barone, ma piuttosto come grande mas- sone o probabile, sempre più probabile, «pezzo da novanta» o comunque persona di rispetto, schierata dalla parte giusta.

La gente è condotta da gentiluomini…

A Salemi, ovviamente, arriva anche Cesare Abba, che, stanco per avere dovuto fare a piedi la salita scomunicata, ha il conforto – stando a quanto scriverà – di assistere ad un vero e proprio tripudio per Garibaldi.

«Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava; chi s’inginocchiava; chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava ed aspettava sorridendo».(12)

Dopo questa descrizione della gioia popolare, che esiste soprattutto nella sua fantasia, lo scrittore garibaldino torna ai fatti più terreni e così ci descrive la città di Salemi.

«L’hanno piantata quassù che una casa si regge sull’altra, e tutte paiono incamminate per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro. Vasta, popolosa, Sudicia, le sue vie somigliano (a) colatoi. Si pensa a tenersi diritti; si cerca un’osteria e si trova una tana. Ed aggiunge: ‘ Ma i frati, oh! I frati gli avevano belli i conventi’, e questo dov’è la mia compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati».(13)
I baroni, però, aggiungiamo questa volta noi, sono rimasti a Salemi per ricevere ed aiutare Garibaldi. Strano. Ma è così…

Va anche detto che i conventi vengono, quando servono, requisiti dai Garibaldini e che i frati, solitamente, ne vengono cacciati. Anche con la forza ove occorra.

L’Abba continua regalandoci qualche piccola ammissione:

«Gli abitanti non sono scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo».(14)

Solita domanda, senza astio: se è vero che questi abitanti non sanno nulla (sarebbe stato più corretto dire: «fanno finta di non sapere nulla») o se rispondono a cenni e se… «Chi ci capisce è bravo», come si fa a dire che erano insorti e che volevano ad ogni costo l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele? E come avrebbe fatto di lì a poco Garibaldi a dire che lo volevano Dittatore?

L’Abba, sia pure con qualche puzza sotto il naso, deve riconoscere tuttavia il grande senso di ospitalità dei Siciliani e ci racconta:

«Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che… (forse: facevano schifo, n.d.A.). Eppure ne mangiai anch’io. E bevemmo e chiacchierammo, e c’eravamo quasi dimenticati d’essere qui a questi passi, quando…».(15)

Insomma proprio quando il buon ligure comincia a gustare il vino ed i maccheroni Siciliani, sarebbe stato avvertito che un «grosso corpo di Napo- letani» era stato avvistato a poche miglia da Salemi. Si torna quindi – nel diario dell’Abba – a parlare e a scrivere ufficialmente. Ed è così che si tirano fuori altri trionfi ed ovazioni di folla per Garibaldi, a piedi o a cavallo che appaia.

Ma un altro sprazzo di sincerità sfugge al nostro scrittore che, dopo avere parlato di squadre di insorti che arrivano da ogni parte, ci rende partecipi dell’impressione che gli hanno fatto questi volontari. Egli scrive:

«Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota».(16)

A parte la descrizione della conformazione fisica dei nuovi arrivati, che non sembrano certamente delle persone affidabili, è importante il fatto che l’Abba ci confermi quello che già abbiamo compreso dalle altre testimonianze. I picciotti, cioè, non hanno né avranno alcuna disciplina militare, perché obbediscono devoti soltanto ai gentiluomini dai quali sono condotti.

Per la mafia, che sta per fare il salto di qualità, si aprono grandi prospettive.(17) Mala tempora in vista, invece, per il Popolo Siciliano, per la Nazione Siciliana.

Garibaldi è ben visto dalla mamma – Secondo Giancarlo Fusco il merito principale delle accoglienze, riservate dalla cittadinanza di Salemi a Garibaldi ed ai suoi Mille, va attribuito a Giuseppe La Masa. In parte è vero. Ma il La Masa operava in un terreno già predisposto in tal senso dai fratelli Sant’Anna.

Riportiamo, tuttavia un passo della narrazione del Fusco perché, pur non dicendoci niente di nuovo, ci dà bene l’idea del clima e dell’ambiente che si erano creati a Salemi.

«La Masa ha lavorato bene!, mormora Garibaldi, piegato sulla sella, rivolgendosi a Sirtori. Il “fierissimo” Giuseppe La Masa, palermitano, spadaccino formidabile e oratore travolgente, ha preceduto la colonna di quasi 24 ore, per illustrare ai maggiorenti di Salemi le intenzioni di Garibaldi, convincerli a dargli man forte e prepararli all’entrata dei volontari. Il sindaco e i consiglieri comunali, i cosiddetti “decurioni”, per quanto meno restii di quelli di Marsala, lo avevano accolto con palese diffidenza. Ma alla fine, i suoi ragionamenti, favoriti dal dialetto, avevano fatto breccia.

E ora mentre la cavalla bianca del Generale si avvicina alla piazza principale, sospesa come un’ala bruna sugli ultimi uliveti, ecco che quel diavolo di La Masa esce dal palazzo comunale tirandosi dietro tutti i “pezzi grossi” locali: il barone Mistretta in elegante completo di velluto marrone, il sindaco Tommaso Terranova, gli esponenti più autorevoli del “Comitato di Liberazione”, costituitosi, ufficialmente, appena mezz’ora prima; il dottor Ignazio Lampiasi, l’avvocato Luigi Corleo, il notaio Luigi Torres… Tutti hanno in petto vistose coccarde tricolori. Tutti agitano i cappelli verso il cielo di smalto azzurro».(18)

Dopo avere descritto qualche altro episodio della giornata dei Mille a Salemi, compreso l’incontro con fra’ Pantaleo, francescano sui generis, il Fusco ci dà un elenco degli approvvigionamenti che il La Masa procura ai Garibaldini. Si tratta di generi acquistati con i soldi del Municipio e non certamente di offerte spontanee della cittadinanza.

«Garibaldi ha la dimostrazione tangibile di quanto sia stato efficiente La Masa nel preparare il terreno. Infatti, il sindaco Terranova consegna all’intendente Bovi una considerevole quantità di vettovaglie: 2000 razioni di carne, 4000 di pasta e di riso, 4000 di vino, 30 chili di caffè, 80 chili di zucchero, 200 chili d’olio, 40 di sale e un quintale di candelotti. Per mettere insieme 4000 pagnotte il sindaco, non essendo sufficienti i forni del paese, ha mobilitato, durante la notte del 13 anche i panettieri di Santa Ninfa. Paga il Comune. Ma Sirtori, per regolarità amministrativa, rilascia una ricevuta. Volendo, potrebbe anche provvedere a un immediato rimborso, giacché nella cassetta di ferro affidata a Bovi vi sono lire 92 mila e centesimi 75. Ma è meglio tenersi stretto quel danaro, finché è possibile. Visto che i Mille hanno bisogno di tutto: scarpe, vestiario, medicinali, armi, muli, cavalli…».(19)

Il Fusco, prescindendo dal tono ironico e dal fatto che analisi di carattere generale non ne vuole affrontare molte, ci fornisce uno spaccato, breve ma efficace, delle componenti sociali che in concreto forniscono il loro aiuto a Garibaldi.

Le masse contadine, delle quali parla la storiografia ufficiale, non si vedono. Si vede invece il «trasformismo» della classe politica, si vede la mafia, si vedono i baroni e le forze più retrive della società siciliana dell’epoca.

A proposito dell’apporto mafioso, sul quale torneremo continuamente, dobbiamo dire che per la verità questo si era già intravisto, ma molto di sfuggita in alcuni autori. Ci riferiamo all’Abba, al Nievo, allo stesso Bandi. Con Giancarlo Fusco – così come avviene per Denis Mack Smith – il riferimento alla mafia è abbastanza esplicito. Gli ridiamo la parola:

«Il sindaco Terranova, in cuor suo, è di tendenze piuttosto borboniche. Anche cinque o sei dei suoi consiglieri nell’intimo, sono devoti a Franceschiello. Ma, così come stanno le cose, è meglio mettersi sul petto grosse coccarde tricolori. A parte l’aria decisa di Garibaldi e dei suoi seguaci, anche i patrioti locali sono tipi notoriamente risoluti. Nei fuciloni dei “picciotti” vi sono, ben pressati, pallettoni grossi come ceci, impazienti di avventarsi contro i “signuri”. E poi, ieri sera, il barone Alberto Maria Mistretta, al cui passaggio tutti gli uomini si cavano rapidamente la “coppola”, mormorando il sacramentale “voscienza benedica”, ha parlato chiaro: “Garibaldi è ben visto dalla mamma. Quindi, bisogna dargli una manuzza!”. Tutti sanno di che “mamma” si tratta. È una “mamma” che ha migliaia di “figghiuzzi”, sparsi in tutta la Sicilia occidentale, pronti ad obbedirle ciecamente, senza discutere. Giacché anche la più piccola disobbedienza può costare una scarica di “lupara”. “E un sasso in bocca”».(20)

Ringraziamo il Fusco per questa testimonianza. Ma c’è ben poco da scherzare, soprattutto per i Siciliani. Anche perché la mafia era ed è estesa a tutta quanta la Sicilia.

E non solo…

Foto tratta da Radio Spada

Read more at http://www.inuovivespri.it/2019/02/09/la-vera-storia-dellimpresa-dei-mille-10-ma-quali-eroi-garibaldi-e-i-garibaldini-andavano-a-braccetto-con-i-baroni-e-con-i-picciotti-armati-di-lupara/#ItT1hJMyM71YEsyK.99

Rispondi