Mafia, tra Bellini e Messina Denaro esiste un filo conduttore già portato in evidenza in diverse inchieste

 

Report , il prossimo lunedi 4 gennaio metterà a fuoco il ruolo di Paolo Bellini con la mafia siciliana. Fatti che in questo blog abbiamo già trattato in alcuni articoli prendendo  in esame le sentenze di Firenze sule stragi che già nel 1997 evidenziavano strani rapporti tra terroristi di destra e la mafia. Argomenti ,peraltro, già trattati da numerose testate in passato e di cui si è anche occupato il processo di Caltanissetta sulle stragi 

Paolo Bellini, over sassentenne, ex terrorista ed ex pentito a cui lo Stato non ha rinnovato il programma di protezione, si sarebbe infiltrato tra le cosche mafiose in Sicilia all’epoca della presunta trattativa Stato – mafia a cavallo delle stragi. E’ stato  più volte interrogato dai magistrati e lui ha risposto dal carcere di Rebibbia a Roma e si è definito “un morto che cammina”, perché isolato dalle Istituzioni. Poi ha ripetuto : “giuro che mi sono infiltrato nelle cosche mafiose perché indignato dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Sono stato contattato nell’ agosto del 1992 dal maresciallo Roberto Tempesta, e sono stato scelto per i miei rapporti stretti in carcere con il boss di Altofonte Nino Gioè, tra gli esecutori della strage di Capaci poi morto suicida in cella.

 

Secondo importanti ricostruzioni investigative, Bellini già dal 1982 conosceva i mafiosi siciliani

Secondo le recenti carte della trattativa Stato–Mafia, risulta che Bellini fu al carcere di Sciacca dal 3 settembre al 9 novembre 1981 e dal 16 dicembre dello stesso anno al 13 gennaio 1982, data in cui è stata scoperta la sua identità attraverso le impronte digitali che aveva rilasciato al servizio militare. Di qui il trasferimento a Firenze. Dal 2 maggio al 3 dicembre 1981 era a Sciacca anche Gioè. I due si ritrovarono anche nel carcere di Palermo, dove Bellini fu detenuto dal 9 novembre al 16 dicembre 1981 e Gioè dal 3 dicembre 1981 al 28 maggio del 1983.

È in carcere che Bellini estese molte delle sue conoscenze nel mondo della criminalità organizzata.

Esiste un  documento richiesto per far luce sui rapporti fra Ugo Sisti, ex procuratore a Bologna e poi capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e la Primula Nera, Bellini, nei suoi periodi in carcere e nel periodo della sua latitanza .Quando Bellini aveva un documento falsificato e si faceva chiamare Roberto Da Silva. Chi permise questo?

Invero, sui rapporti di Sisti con Bellini era stata la stessa Primula Nera a parlare già nel 2010, sulle pagine della Gazzetta, in un articolo a firma di Tiziano Soresina e Massimo Sesena, per smentire quel ruolo di agente segreto che gli è stato «etichettato» da più parti, attaccando nientemeno che l’ex boss Giovanni Brusca («L’ho querelato, non ho mai suggerito la strategia stragista dei primi anni Novanta»).

  • LA SECONDA TRATTATIVA :BELLINI E MATTEO MESSINA DENARO

L’ex pubblico ministero Roberto Tartaglia durante una udienza processuale disse: “C’è stato un secondo piano di trattativa, che è passato alla storia, per semplificazione, come ‘Seconda trattativa’ o ‘trattativa delle opere d’arte’. E’ un canale di trattativa assolutamente sincronico, perfettamente coincidente con le tappe della trattativa principale”.

La requisitoria di Tartaglia  prosegue con un altro mistero di quella stagione del 1992, il dialogo fra Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia nazionale vicino al mondo dell’eversione nera, e il maresciallo Roberto Tempesta. Un infiltrato nel mondo delle cosche e un investigatore in contatto con il generale Mori.  
 
“Quando la trattativa con Vito Ciancimino va avanti – dice Tartaglia – quella delle opere d’arte si ferma, mentre quando quella principale rallenta e Riina dice: ‘Ci vorrebbe un altro colpettino’, quella delle opere d’arte va avanti, fino alla conclusione che è sovrapponibile alla conclusione dell’altra”.
 
Bellini era in contatto con il boss Antonino Gioè e  anche con altri boss locali.  Oggetto della trattativa-scambio erano alcune opere d’arte in possesso di Cosa nostra, i mafiosi chiedevano in cambio un trattamento carcerario di favore per alcuni vecchi boss.

Entra in gioco Matteo Messina Denaro e  il padre, don Ciccio. Padre e figlio erano  ormai “esperti” di opere d’arte ,dopo aver gestito per anni, insieme ad altri complici locali,  il traffico miliardario dei reperti   archeologici trafugati da Selinunte. Don Ciccio Messina Denaro aveva pure rubato il famoso Efebo di Selinunte

“Venne chiesto a Messina Denaro di procurare delle opere – affermerà l’ex pm Roberto Tartagli in udienza –.Alcuni mafiosi fecero un incontro nella gioielleria di Francesco Geraci a Castelvetrano”. Opere d’arte che erano state rubate negli anni dai clan e poi nascosti vennero messe a disposizione.

Francesco Geraci, fedelissimo di Matteo Messina Denaro, prima di pentirsi, non era uno qualunque. Addirittura Totò Riina gli affidò il suo tesoro

I gioielli “di famiglia”, collier, orecchini, Cartier, crocifissi tempestati di brillanti, diamanti, sterline e lingotti d’ oro ed altri preziosi per un valore di oltre due miliardi di lire, Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, li teneva nascosti sotto il classico mattone. Geraci potrebbe sapere  dei rapporti tra Bellini e Matteo Messina Denaro e del ruolo del boss castelvetranese nei collegamenti, ormai evidenti, tra terroristi di destra e mafia?

Fonte: Gazzetta di Reggio,  Repubblica ,Documenti

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