Santo Stefano Quisquina ha un Teatro. Non è un Teatro come altri, è un monumento. Un monumento partorito da una mente geniale.

Non è un Architetto, è come se lo fosse.

Si chiama Lorenzo Reina, è nativo di Santo Stefano Quisquina.

Nasce da una famiglia di pastori.

Il padre nota che il piccolo Lorenzo, pur pascolando le pecore, è distratto, da altre faccende affaccendato.

Il ragazzo ha una passione, trasmessa attraverso i suoi geni. E’ nato con un talento artistico ineguagliabile. Infatti, sin da bambino, raccontano i familiari, mentre a tavola tutti erano intenti a consumare il pasto, lui si cimentava a raccogliere la mollica, a dargli forma. Praticamente, da bambino aveva una versatilità cerebrale verso l’arte: la mollica, nelle sue mani, prendeva forma, la modellava artisticamente.

Un genio! Un talento che, con gli anni, si impossessa del giovane e dell’adulto, come uno spirito nel corpo, che lo spingeva nella direzione giusta, verso la creazione.

Non ha laurea in architettura, ma è come se l’avesse.

Divago comparando le qualità di Lorenzo ad una risposta data da Alberto Sordi ad un giornalista, allorquando lo intervista, subito dopo aver ricevuto la Laurea Onoris Causa, per l’arte e la comunicazione.

Il giornalista, gli chiede:

“adesso lei è laureato, cosa prova?

Alberto Sordi, rispose: “La laurea?… non mi dica che prima d’ora io ho svolto l’attività artistica da abusivo…? “.

In casi molto eccezionali determinati talenti, grazie alla loro conformazione cerebrale, riescono a vagare ed a spingersi verso  mete sconosciute ed idealizzate, come se stessero viaggiando su un disco volante. Questi soggetti, del resto, hanno una attività cerebrale superiore al normale. Anticamente, nel corso dei secoli, prima e dopo la venuta di Gesù Cristo, il genere umano riusciva a dar vita a delle mirabili creazioni che, non sempre venivano partorite dalla mente di un ingegnere o di un architetto. Eppure ci hanno lasciato monumenti meravigliosi che sono resistiti per millenni, come le piramidi d’Egitto od i Templi di Agrigento. Non si possono inoltre non ricordare filosofi, matematici ed artisti che, pur non avendo conseguito alcuna laurea, ci hanno lasciato un inestimabile patrimonio culturale. Basta citare Michelangelo, Giotto, Pitagora, Empedocle, Dionisio e  tanti altri uomini del passato che, grazie alle loro scoperte, alle loro invenzioni, alle loro opere artistiche, hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’umanità.

Si trattava, evidentemente, di uomini il cui talento era davvero straordinario. Potremmo definirli degli “ufo”, comparsi sulla Terra, alla stregua di veloci dischi volanti, muniti di incommensurabili cervelli. Sono questo genere di personaggi che hanno fatto fare dei notevoli balzi in avanti alla civiltà umana. Grazie alla loro particolare attività cerebrale, in grado di fare sprigionare una inimitabile creatività, questi geni, a volte incompresi, hanno da sempre inciso in profondità. Riescono sempre ad andare dritti al cuore.

Ritorniamo al Teatro Andromeda…

Se arrivi all’ingresso del teatro, trovi un depliant, c’è scritto: “Sei il benvenuto, chiamami per nome che qui, chiamiamo per nome e diamo del tu anche a Dio”.

Questa frase indica la grandezza del pensiero dell’uomo-scienziato, il quale comprende che tutti gli uomini sono uguali ed in quanto tali bisogna che si rispettino, l’uno con l’altro, senza distanze, senza dinamiche di superiorità. Addirittura, senza distanze con Dio! Quindi un Dio a misura d’uomo.

Lorenzo Reina, risponde ad una domanda: “mio padre voleva che svolgessi il lavoro di pastore e così ho trascorso la mia adolescenza tra le pecore, a badare alle pecore. Tra pecore, cani e un solo libro.

Passavo il tempo a scolpire alabastrini di notte, in una stalla, accanto a quella dove riposavano, dopo una lunga giornata faticosa, altri pastori che mi urlavano, bestemmiando: vai a dormire! Mentre io scolpivo al lume di una fiaccola improvvisata, fatta con un pezzo di stoffa immersa nella nafta che accendevo per fare luce. E quando le mie narici si riempivano di polvere e di fumo, uscivo fuori a respirare sotto le stelle.

Una notte chiesi al cielo di farmi diventare incontentabile, mai sazio della mia arte e sono stato ascoltato!

In tanti mi chiedete come è nata l’idea di costruire un Teatro… è scritto che lo spirito, come il vento, soffia dove vuole ed ha soffiato qui! Qui, dove alla fine degli anni Sessanta, portavo le pecore al pascolo.

Una volta mi accorsi che al tramonto le pecore restavano coricate, a godere ed a ruminare in pace, tranquille come nell’immobilità della pietra.

Allora ho intuito che in questo luogo fluisce energia positiva ed ho deciso di costruire qui, un Teatro… dove la veduta è straordinaria e v’è uno strapiombo nel buio della notte.

In seguito ho letto che la Galassia M31 della Costellazione di Andromeda, entrerà in collisione con la nostra Galassia, tra circa due miliardi e mezzo di anni luce. Pensai, allora, di dare forma a una cavea, ricalcando la mappa delle 108 stelle della Costellazione di Andromeda”.

Dalla strada statale per Palermo, raggiungo il bivio per Cammarata. Proseguo e arrivato a Cammarata, continuo la strada provinciale per Santo Stefano Quisquina, prima di arrivare al paese, al bivio, svolto a destra per proseguire per pochissimi chilometri ed arrivo all’ingresso dove c’è un’indicazione: “Teatro d’Andromeda”.

Entro, pago dieci euro per il biglietto, mi consegnano un bicchiere per l’acqua, con impressa la pubblicità del teatro e materiale informativo.

Un percorso, una strada sterrata, delimitata da tralci in legno, che si dipana per circa 150 metri. Arrivo alla base del teatro, che mi appare come un tempio, tra realtà e irrealtà, tra realtà terrena ed un so che di extraterrestre. Mi avvio e a distanza vedo le pietre bianche colorate di rosso Marte, effetto dato da una verniciata di curcuma, diluita con acqua. Il teatro, costruito con pietre bianche del luogo, appare di colore rosso, come la superficie del pianeta Marte. Mi confondo con l’ambiente circostante, e mi illudo di essere un marziano. In effetti le immagini che fotografo sembrano raffigurare una superficie extraterrestre. È un effetto visivo che proietta il visitatore verso l’aldila’, dove i confini non ci sono più! C’è l’infinito! Salgo i gradini in pietra ed arrivo alla porta, una porta stretta, i visitatori passano, certuni di fianco. Una porta metallica ti da l’idea di entrare in un mondo surreale. Ed in effetti si prova una grande emozione a visitare un posto la cui dimensione è davvero surreale. Ci si accorge che si tratta non tanto e non solo di un teatro, ma di un monumento. Si ha l’impressione di trovarci in un altro pianeta.

Il monumento, il cosiddetto Teatro Andromeda, ha una conformazione circolare, confinata da muri di pietra color rosso, terra di marte; è la vernice a base di curcuma che da’ questo effetto.  Mi guardo intorno e vedo tanti cubi, 108, di pietra color curcuma, disposti secondo la costellazione. È un impressionante salto verso entità galattiche. Si avverte una sensazione sbalorditiva: è come se il visitatore si trovasse ospite in un altro pianeta. I sedili che sono dei cubi di pietra, sono posizionati in un declivio, per garantire la migliore visibilità possibile. In fondo un po’ più di sotto, si scorge un piano, di forma rotonda, con al centro una lastra di marmo circolare, di colore nero, come se fosse il centro di un obiettivo. Dietro questo grande cerchio (il palco del teatro) sullo sfondo una porta, con in cima un disco a forma di altro obiettivo, come se si volesse preparare a centrare la galassia in collisione.

Da questa porta un panorama infinito, che dà l’idea della grande ed infinita dimensione dell’universo. È come  trovarsi proiettati verso l’infinito ed oltre.

I materiali utilizzati per la costruzione del teatro ricordano la composizione del pianeta rovente: pietre color curcuma a delimitare i confini, pavimenti in pietra lavica e un palco bianco circolare. Tutti elementi del “pianeta rovente”, che con i miliardi di anni viene arricchito, grazie ad un’evoluzione biologia senza tempo, per essere abitato dagli esseri umani.

L’idea dei materiali usati ti avverte, ti fa capire che sei in un’altra dimensione, come se ti ritrovassi fuori dal pianeta terra, proiettato verso un aldilà della vita in cui scienza, realtà, trascendenza e fantascienza, si mescolano e si confondono.

Un infinito, che ti proietta verso un’altra vita, verso un’altra dimensione. Che ti lascia la convinzione che nella realtà l’essere umano crede di essere infinito, mentre infinito non è. Che c’è un confine tra vita e morte. E questo infinito sarà definito con la collisione tra due galassie.

Aldo Capitano

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