Nicola Morra, Presidente della Commissione Nazionale Antimafia.

Ci è sempre stato insegnato che quando l’oppresso parteggia per l’oppressore, quest’ultimo ha vinto in maniera netta.

Se ci si impone con la forza, o, peggio, con la violenza, incutendo paura e timore, si provoca anche sofferenza e volontà di ribellione, pensiero che cerca di trovare una modalità di trasgressione, non accettando l’imposizione. Si cerca semplicemente di essere liberi, o, quantomeno, di sentirsi liberi.

Allora il potere, il potere che vuole conservare i propri privilegi, per perpetuarsi si fa subdolo, e cerca di convincere, di persuadere le vittime della sua arroganza, ma senza far avvertire il peso della stessa, dell’imposizione, della coercizione.

Il potere deve negare la libertà d’azione, e ci riesce se nega anche e preliminarmente la libertà di pensiero. Se tu, infatti, pensi di essere oppresso, puoi iniziare a coltivare sogni di libertà e liberazione, di cambiamento, di rivoluzione. Ma se, al contrario, pensi che quello in cui vivi sia il mondo migliore, il tuo desiderio di cambiamento, di libertà, sarà disattivato, annullato, dalla convinzione che non si debba cambiare perché si sta bene così.

Il potere, quello non democratico e che non vuole sottoporsi a controllo e trasparenza, si produce allora in strategie persuasive volte a indurre, dolcemente, l’accettazione dell’esistente.

Lo schema concettuale è grosso modo: questa è la realtà, tutto sommato è buona, e pertanto ci si deve adeguare alla stessa, senza impegnarsi radicalmente a trasformarla, al contrario accettandola, accogliendola come ineliminabile.

Una ventina d’anni fa fece scandalo un Ministro, Pietro Lunardi esattamente, perché disse pubblicamente che “con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole”.

Di Lunardi si ricorda anche una sua legge che permise di aggirare tanti obblighi della normativa antimafia nell’ambito dei lavori pubblici. Non a caso.

Oggi quel pensiero è vincente, almeno per tanti che non si sdegnano più di fronte al trionfo dell’ipocrisia della politica quando questa si rapporta a mondi opachi nei loro rapporti con la criminalità organizzata e non..

Negli ultimi anni nessuna significativa misura di contrasto è stata presa dai decisori politici, né in superficie né in profondità. Anzi, progressivamente si è indebolito il sistema di prevenzione delle infiltrazioni mafiose, come per esempio è avvenuto nel campo delle interdittive antimafia o sta avvenendo nel campo della gestione carceraria dei detenuti per reati di mafia. Per non parlare di tanti segnali negativi che provengono dal sistema ordinamentale (la riforma Cartabia è stata un chiaro segnale di indebolimento della risposta dello Stato ai crimini mafiosi, basti pensare ai reati ambientali che verranno graziati dall’improcedibilità), quasi a voler testimoniare un clima di accettazione del male.

D’altronde, anche a livello europeo le cose non vanno bene. Dopo aver invaso e colonizzato il resto del paese, le mafie dell’Italia meridionale hanno agilmente superato i confini, e di fatto nell’epoca della globalizzazione hanno globalizzato loro stesse, permettendo al crimine di internazionalizzarsi sempre più, in forma di network economico-finanziari che non intimidiscono più, ma corrompono e comprano, piegando la legge e tante pubbliche amministrazioni al loro volere.

La figlia del Generale Dalla Chiesa, Rita, conduttrice televisiva per Mediaset, si candiderà per un partito che non solo ha avuto fra i fondatori un condannato, Marcello Dell’Utri, per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso, non soltanto ha annoverato ed annovera tanti suoi esponenti che hanno rivelato lassità nel rispondere alla violenza mafiosa, ma ha sempre optato per la via dell’accettazione del fenomeno, come Lunardi aveva efficacemente fatto capire, quanto meno senza ipocrisia.

E tanti di quelli che ora si sdegnano, con quei politici, con quel partito, hanno dialogato, fatto leggi insieme, condiviso la responsabilità del governo, dimostrando che si può superare il pregiudizio antimafioso.

Questo impone una riflessione ancora più severa per chi crede nella democrazia e nella giustizia.

Se la forza delle mafie va cercata nella debolezza di chi dovrebbe combatterle, ma si dimostra arrendevole e corruttibile, dobbiamo tornare a meditare sulla riflessione di Gesualdo Bufalino, grande siciliano, che sintetizza gli spunti, le intuizioni, di Sciascia, di Pio La Torre, di Sturzo e tanti altri, compresi Falcone e Borsellino: dobbiamo estirpare in radice il fenomeno mafioso, e lo possiamo fare solo intervenendo sull’istruzione, sulla cultura, sul pensiero critico di chi finora ha accettato di convivere con lo stesso.

L’esercito di maestri elementari cui Bufalino faceva riferimento va preparato, i sudditi dovranno essere aiutati a comprendere che potrebbero divenire cittadini purché lo vogliano, lo stato dovrà fare lo Stato (la maiuscola è intenzionale nel secondo caso), le leggi non dovranno piegarsi per il tramite di magistrati flessibili al volere del potere.

Quando questo avverrà non so. Ma so che solo così vivere in questa nazione tornerà ad essere bello.

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