Il canto del cigno dell’assessore Razza è andato in scena al Catania Airport Hotel, di fronte a una platea di politici, dirigenti, manager delle Asp e imprenditori della sanità privata. Nell’appuntamento più atteso di questa campagna elettorale, che l’assessore ha pagato di tasca propria per evitare strane congetture (chiedere a Cateno De Luca per maggiori informazioni), i due ospiti più attesi erano seduti in prima fila, fianco a fianco: il governatore uscente Nello Musumeci e il candidato del centrodestra, Renato Schifani. Razza, con un bel po’ di spocchia accumulata nei mesi, e fortificata dai commenti negativi ricevuti sui social, ha aperto l’evento intitolato ‘Il diritto alla salute dei siciliani’ ripercorrendo i successi ottenuti in questi anni, a partire dalle 17 mila assunzioni a tempo indeterminato e al reclutamento di 7 mila professionisti per l’emergenza Covid (molti dei quali in scadenza il 31 dicembre).

Ha fatto un accenno all’Oasi di Troina, ma solo per rivendicare la bontà della convenzione decennale stipulata con la Regione (per 500 milioni complessivi), senza alcun accenno alla revoca del direttore generale – Claudio Volante – e alla colonia di dirigenti palermitani di Diventerà Bellissima che ha invaso l’istituto di cura per i disabili nell’Ennese, collegio elettorale della moglie Elena Pagana. L’assessore, ignorando che l’inchiesta sia partita dal quotidiano ‘La Sicilia’ (volutamente?), si è però soffermato su un sito “che non dice la verità”. Lo stesso sito, probabilmente, che da mesi incalza e fa domande sulla rottura col Vaticano. E’ stato don Silvio Rotondo, presidente dell’istituto, a far fuori l’ex consigliere comunale “ordinato” da Razza. E a far emergere il sistema familistico-clientelare che si era istaurato all’Irccs – sempre secondo ‘La Sicilia’ – tramite incarichi e consulenze pagati profumatamente. Su questo, però, né Razza né Musumeci continuano a dire nulla.

Schifani era lì, accomodato in platea. Ha annuito tutto il tempo ai dati forniti da Razza. Poi, sul palco, è scattato l’elogio pubblico: “Sono orgoglioso di ereditare il vostro buon governo e non avrei mai accettato questo incarico se non avessi avuto la certezza di trovare la condivisione interiore da parte del presidente Musumeci. Proseguiremo l’azione del suo governo anche nella sanità, settore in cui Razza ha fatto benissimo”. E Miccichè? Muto. Passi per il giudizio di merito, su una cosa Schifani si sbaglia: cioè la “condivisione interiore” di Musumeci. Bastano pochi minuti perché venga smentito.

Presa la parola, Musumeci parla di “banditismo politico”, facendo pesare (anche a Schifani) il mancato avallo alla sua ricandidatura: “Non abbiamo ma spiegato ai siciliani perché un presidente accompagnato da quattro sondaggi che lo danno vincente in ogni contesto, si sia ritrovato davanti al veto di qualche personaggio. La stampa non ha mai fatto un lavoro serio. Anzi, se in Sicilia un politico lavora per bene e non è chiacchierato, sapete come lo chiamano? Cristiano bonu… Se invece uno è chiacchierato, sotto gli obiettivi della magistratura, o talmente spregiudicato da passare da sinistra a destra, quella più estrema, è spertu”. Nel cocktail dei rancori di Musumeci – senza mai nominarli – c’è spazio per tutti: da Micciché a Sammartino. E c’è spazio anche per la stampa, divenuta scomoda perché “ha una visione sempre nera” nonostante “sono l’unico presidente di Regione d’Italia ad aver erogato 15 milioni di euro alle testate giornalistiche. E lo abbiamo fatto non perché la stampa fosse imbavagliata: la stampa deve restare libera e non deve essere ruffiana con nessuno. Ma aprite il cuore: se si fanno un po’ di cose buone in Sicilia, ditelo”.

Per una volta lo stile è accorato. Musumeci denuncia la pratica sleale del ‘voto segreto’ che ha affossato la legge sui rifiuti (sembra di risentire Armao). Il rancore, però, di tanto in tanto bussa alla porta del cuore: “Quello che contava era quello che diceva un certo personaggio nei miei confronti. E nessuno ha commentato il lungo silenzio del presidente della Regione, perché se avessi risposto non avrei reso un servizio all’istituzione. Il presidente della Regione deve avere stile, non può rispondere alle provocazioni. Per alcuni personaggi, invece, non rispondere agli insulti è atto d’arroganza. Per un anno sono stato insultato e non ho mai replicato. E questo mio silenzio è passato inosservato perché faceva rumore l’insulto, non lo stile del silenzio”. E ancora: “Quello che abbiamo fatto noi in cinque anni, in termini di fatturato, di denaro impegnato e di qualità del prodotto non si è mai visto prima. E lo abbiamo fatto senza avere una maggioranza in aula. Non abbiamo fatto ‘mercato nero’: io non ho mai invitato un deputato dell’opposizione a passare con la maggioranza. Non appartiene al mio modo di fare politica”. Ha dimenticato la stampella fornita a un certo punto della legislatura dai cinque di Attiva Sicilia, scippati da Razza al M5s.

Ogni tanto la memoria fa brutti scherzi. L’orgoglio no, quello non si consuma: “La sanità non è stata in questi anni uno strumento di potere. L’ho affidata a una persona perbene, con un carattere un po’ spigoloso, ma onesta e intransigente – dice Musumeci con vanto -. Non c’è un direttore generale che possa dire di avere mai ricevuto una pressione dal presidente della Regione per un parente, un amico o un elettore. Questa campagna elettorale – aggiunge – è la conferma di chi come qualcuno sia convinto che mettendo fuori gioco Musumeci e Razza la sanità siciliana possa tornare ad essere strumento di potere. Tra Catania e Acireale si contano già 4 o 5 assessori alla Sanità. A Palermo ce ne sono 6 o 7. Se Ruggero Razza si fosse candidato alla Regione quante decine di migliaia di voti avrebbe dovuto prendere? Niente… Perché non ha saputo lavorare per se stesso”. Applausi in sala.

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