Anche la tormentata vicenda relativa alla collaborazione di Mario Santo Di Matteo, avviata ad ottobre 1993 e seguita, a stretto giro, dal sequestro del figlio Giuseppe Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993, in un maneggio di Piana degli Albanesi, da un gruppo di mafiosi, travestiti da poliziotti della DIA, facendo credere al ragazzino di poter rivedere il padre (che, in quel periodo, era sotto protezione, lontano dalla Sicilia), contribuisce ulteriormente a rendere il quadro complessivo, se possibile, ancor più inquietante.
Infatti, il collaboratore di giustizia, a fine ottobre 1993, rendeva dichiarazioni sulla strage di Capaci e preannunciava agli inquirenti della Procura della Repubblica di Caltanissetta (all’epoca, come è noto, diretta da Giovanni Tinebra) di averne anche sulla strage di via D’Amelio.
Poche settimane dopo (come detto), il figlio del collaboratore di giustizia veniva rapito e pervenivano, a casa del padre di Mario Santo Di Matteo, alcuni messaggi minatori, come uno (il 1° dicembre 1993) con la fotografia del ragazzino con i giornali di fine novembre e la scritta “tappaci la bocca” ed un altro (il 14 dicembre 1993) dove si leggeva: “Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie”. Il collegamento fra il rapimento del figlio del collaboratore di giustizia e le sue conoscenze (specifiche) sulla strage di via D’Amelio (mai completamente disvelate), emergeva con lampante evidenza proprio nel corso di un colloquio del giorno 14 dicembre 1993, fra il medesimo Mario Santo Di Matteo e sua moglie Francesca Castellese, oggetto di intercettazione ambientale presso i locali della DIA, nel corso del quale si parlava di ‘‘infiltrati” nella strage del 19 luglio 1992, con la donna che invitava il marito a “ritrattare” ed a non ricordarsi più della strage di Borsellino. Il testo del colloquio è di seguito trascritto:
D = Donna U = Uomo
[…]
Le voci sono basse e coperte da fruscio. Spesso parlano sottovoce.
U =  perche’ noi dobbiamo prendere le persone che hai contattato.
D = No
U =  hama capiri cu e’, cu nun e’.
Incomprensibile.
U = Tu mi devi dire come era combinato, buttana della Madonna. Ti l’ha fari diri, io
D =  tu ritratta
Incomprensibile.
U = Tu mi devi dire perche’.
D= Ah?
U = Perche’?
D = Pirchi’?
Incomprensibile. Voci basse che rimbombano.
U = (?) senti, pirchi’ chiddu ti vinni a diri
D = (..?..)
U = Cu e’ chiddu ca vinni? Cu e’ chiddu ca vinni ha diri.
D = Ti l’haiu dittu, Sa’.
U = Insomma, io t’haiu dittu a tia: “Franca, dicci a me’ patri ca” e tu nun ci cridi.  Gesu’Bambino.  di pigliari `u picciriddu  tu dici Giovanni BRUSCA, BAGARELLA, avete fatto la chiave di cioccolata e poi non l’arrestano.
Incomprensibile.
D = L’ha finiri, la devi smettere e non ti guardo piu’
U =  aspetta e statti calma.
D = A me’ figliu mi l’hata dari
U = Pero’ mi devi dire  Franca pigliati ‘i cosi  e poi sapemu cumu hama cuminciari.
D = ‘I cosi chisti sunnu, Sa’; ‘i cosi sunnu chisti.
U = Uhm, nuatri `u sapemu soccu hama fari
Incomprensibile.
U = Va’ camina! Cu si l’avia a pigliari di dintra! Au paisi nun ci vinivano pirchi’ ci sunu ‘i sbirri
U = Io lu sacciu cu c’e’ dda  (hanna) arrestari a (Ciro), chiddu cu i cavaddi.
D = No, nun c’e’ cchiu’ al (lido) albanese; nun e’ cchiu’ al (lido) albanese `u picciriddu dda si ni iu, a .., a cosa … aspe’ (?)
U =  ma cumu fannu?
D = A Villabate, ma chistu iddu fu ca … e’ stato lui, e’ stato lui.
U = (?)
D = Io? Io no.
U = tutti `sti cosi nun e’ ca ci vidu chiaru. Ora mi l’haia ghiri a circari iu a me’ figliu. Mi dispiaci, ci lu po’ diri a me’ (matri)
D = No, Sa’
Incomprensibile.
[…]
D = Ah, `u picciriddu ava essiri vivu prima.
U = Si, ma `u picciriddu va cercalu, nsa’ urani minchia si ni i’, spiri’  diccillu a me’ patri: “E’ inutili, a to’ figliu nun ci lu leva nuddu di `ntesta”.
Incomprensibile.
D =  no ca iddu, cioe’ io se tu  tappaci la bocca. Che significa “tappaci la bocca”? Tu lo sai?
Incomprensibile. La donna parla singhiozzando.
[…]
D =  tu a to’ figliu accussi’ l’ha fari nesciri, si fa questo discorso.
U = Ma che discorso? Ma che fa
D =  parlare della mafia
U = Ah, nun ha caputu un cazzu!
D = Come “nun ha caputu un cazzu?”
Parlano sottovoce.
D = Oh, senti a mia, qualcuno e’ infiltrato (?) per conto della mafia.
U = (?)
D = Aspe’, fammi parlare
Incomprensibile.
D =  tu questo stai facendo, pirchi’ tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’e’ stato qualcuno infiltrato che ha preso
U = (?)
D = Io chistu ti dico, io questo ti dico.
D = Forse non hai capito
D = (?)
U =  tu fa’ finta, ora parlamu cu
D = Io haia fari finta, io quannu  cu papa’ ci dissi ca dda vota vinni ni ti’ .. capito.. parlare cu to’ figlio
Parlano sottovoce e velocemente. Incomprensibile.
U = No, tu dici se `u sannu , lu sta dicinni tu …
D = capire se c’e’ qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti
U = Cu?
D =  mi devi aiutare su tutti i punti di vista.. pirchi’ io mi scantu, mi scantu.
U =  intanto pensa a to’ (figliu).
La donna piange.
D = Pirchi’ tu certi voti quannu parlo .
U = Mi la fai vidiri la fotografia.. i fotografie .. ‘i fotografie nun li puzzu taliari.
Incomprensibile.
D = Si cummoglianu ‘i cosi, Sa’.. capisci? ..ma cca.. Ah?
U = Cchi ni sacciu!
Le voci si fanno piu’ lontane. Incomprensibile.
D =  `u Signuri mi deve aiutare, mi deve proprio aiutare, m’avissi cuntintatu di moriri, no tutti `sti disgrazie …
La donna piange. Incomprensibile.
[…]
D = Pero’, Sa’, `u discursu e’ chistu, nuantri hamma fari
Incomprensibile. Parlano a bassa voce.
U = (?) iddu mi dissi, dice, to’ muglieri ..suo marito ava ritrattari
Incomprensibile.
U =  iddu, BAGARELLA e Toto’  sanno pure che c’hanno
Incomprensibile.
[…]
U = (?) il bambino non torna piu’, pero’ fara’ piu’ danno da morto che da vivo.. iddu `u sapiva.
Incomprensibile.
U = Senza nessun motivo mi staiu innu a livari la dignita’.
Incomprensibile.
U = Chi ce l’ha mandato? Chi e’ che ce l’e’ andato a scrivere, cu ci lu purto’?
D = Ah?
U =  ce l’ha fatto scrivere tuo suocero a `stu bambino.
D = No, no, perche’ tuo padre non voleva.
U = E allora perche’ sta storia che il bambino l’ha fatto scrivere …
D = La storia … ti la dicu io, il bambino .. `u canusci a.
Incomprensibile.
[…]
Si reputa utile, a questo punto, riportare uno stralcio dell’esame dibattimentale di Mario Santo Di Matteo, con il Pubblico Ministero che cercava di spronarlo a rivelare tutto quanto a sua conoscenza sulla strage del 19 luglio 1992, anche dando lettura della trascrizione della predetta conversazione:
[…]
P.M. GOZZO – Lei si limiti a rispondere alle domande. Facciamo quindi
un passo indietro. Lei ha detto lei ha perso un foglio, ed è vero ed è una cosa che qualunque padre comprende profondamente. Dico, ma lei ha detto di avere iniziato a collaborare nell’Ottobre del ’93.
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì.
P.M. GOZZO – Suo figlio viene rapito il 23 novembre del ’93, giusto?
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì.
P.M. GOZZO – Aveva 12 anni?
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, 12 anni.
P.M. GOZZO – Cosa avete fatto lei, sua moglie, suo padre, dopo la sparizione di suo figlio?
COLLABORANTE DI MATTEO – Come che cosa abbiamo fatto?
P.M. GOZZO – Avete cercato?
COLLABORANTE DI MATTEO – Abbiamo cercato, l’hanno cercato le Forze dell’ordine il bambino. Come no, non abbiamo cercato?!
P.M. GOZZO – Avete ricevuto un messaggio?
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, ci hanno mandato un messaggio col bambino e mi ricordo con una foto “attoppaci la bocca” in siciliano, fallo stare zitto.
P.M. GOZZO – “Tappaci la bocca”.
COLLABORANTE DI MATTEO – Tappaci la bocca, esatto.
P.M. GOZZO – 1 dicembre del 1993. Che conteneva anche due foto di suo figlio con i giornali del 29 novembre, se lo ricorda questo?
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, sì.
P.M. GOZZO – Mi dispiace ricordarle queste cose spiacevoli ma purtroppo
fanno parte anche di questo processo. Lei poi ha ricevuto altri messaggi?
COLLABORANTE DI MATTEO – Il messaggio mio era questo, cioè le foto che avevano mandato loro “attappaci la bocca” per fare stare zitto a me. Quando me l’hanno detto gli inquirenti, mi hanno portato le foto, ci dissi: “Non è che… Se hanno rapito il bambino è inutile che io mi attappo la bocca, anzi andiamo avanti perché è tutto perso (pare dica), che quando una persona viene sequestrato, un bambino o un adulto, non torna più indietro. Cioè è tutta una falsa”. Infatti io sono andato sempre avanti, ho fatto il processo…
P.M. GOZZO – Sì, questo l’ho capito. Ma ricorda che ha ricevuto, che suo padre ricevette un altro messaggio?
COLLABORANTE DI MATTEO – Guardi, io in questo momento non mi ricordo.
P.M. GOZZO – Allora, il 14 dicembre dello stesso anno, questo glielo dico io, del ’93 suo padre riceve un altro messaggio: “Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie”, tuo figlio sarebbe lei.
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, sì, questo è vero.
P.M. GOZZO – Se lo ricorda?
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, sì, questo sì.
P.M. GOZZO – Ecco. Proprio il 14 dicembre del ’93 lo stesso giorno viene intercettato un colloquio tra lei e sua moglie Castellese Francesca presso i locali della Dia. 14 dicembre del 1993. E voi parlate di tutte queste cose. Lo ricorda?
COLLABORANTE DI MATTEO – Guardi, io… Cioè questa cosa, questa
dichiarazione da un po’ di anni che dicono sempre questa storia ma guardi che io non c’ho avuto… Cioè, un colloquio con mia moglie l’abbiamo avuto nel senso di salutarci come stai, come non stai, tutte queste cose, perché mi davano l’autorizzazione di parlare con mia moglie la sera. Ma non è che… Che potevamo dire per telefono? Il bambino, cioè parlavamo del bam…
P.M. GOZZO – No, no, no, questo è un colloquio di presenza.
COLLABORANTE DI MATTEO – Di presenza?
P.M. GOZZO – Registrato.
PRESIDENTE – Se non abbiamo capito male di un colloquio fra presenti fatto presso la sede della Dia.
P.M. GOZZO – Alla Dia.
COLLABORANTE DI MATTEO – Sì, sì. Sì, l’abbiamo avuto questo, quando all’inizio sì era sparito il bambino sì, come no.
P.M. GOZZO – Guardi, siccome è acquisito agli atti io gliene posso dare lettura. Sua moglie le dice: “Tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso” e lei dice: “Ma che discorso? Ma che fa?” E sua moglie: “Parlare della Mafia” e lei: “Nun ha caputu un cazzo” chiedo scusa Presidente ma leggo – e sua moglie: “Come nun ha caputu un cazzo?” – parlano sottovoce – “Oh, senti a mia – dice sua moglie – qualcuno è infiltrato per conto della Mafia” e sempre continua sua moglie: “Aspe’, fammi parlare – perché lei forse aveva tentato di interromperla – tu questo stai facendo, pirchì tu nun ha pinsari alla strage di Borsellino. A Borsellino c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso. Io chistu ti dicu…, forse non hai capito. Tu fa finta, ora parramu”. E più avanti: “Bisogna capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella Mafia” e poi lei dice: “Iddu mi dissi, dice, tò muglieri suo marito ava a ritrattari. Iddu, Bagarella e Totò sanno pure che c’hanno…

Sebbene l’esame di Mario Santo Di Matteo non abbia apportato i chiarimenti sperati in ordine a detto tassello, molto oscuro e problematico della vicenda, rimane il dato oggettivo che il collaboratore di giustizia e la moglie, in costanza del sequestro del loro figlio di 12 anni, parlavano di una ritrattazione del primo, non generica (cioè riferita all’intera collaborazione), bensì specificatamente riferita alla strage di Borsellino (“pirchì tu nun ha pinsari alla strage di Borsellino”), nella quale qualcuno operava come “infiltrato”.

 

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One thought on “I tormenti del pentito Santino Di Matteo”

  1. o que a máfia não sabia era que santino di matteo era um monstro igual a eles e nunca iria deixar de se salvar para salvar o filho a máfia não torturou o pai torturou a mão e irmão do pequeno giuseppe di matteo mas no inferno já existe um canto especial reservado para todos aqueles que fizeram mal ao pequeno giuseppe

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