Con le dimissioni del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Lorenzo

Fioramonti, è partita l’ennesima operazione dell’antimafia di facciata? Nel bel mezzo delle festività natalizie il Governo Giallorosso, presieduto da Giuseppe Conte, dovrà procedere adesso alla nomina del nuovo ministro. Il nome che si fa è quello di Nicola Morra, attuale presidente della Commissione Nazionale Antimafia che, tra le tante incombenze, si stava occupando del

cosiddetto ‘Sistema Montante’, ossia di una serie di procedimenti penali che vedono coinvolti oltre ad Antonello Montante, l’ex delegato nazionale per la legalità di Confindustria, già condannato a 14 anni di reclusione per spionaggio, associazione a delinquere e corruzione, anche i vertici dei servizi segreti civili nazionali ed altri personaggi eccellenti del panorama politico italiano, quali l’ex presidente del Senato Renato Schifani. Al posto di Morra, alla presidenza della Commissione Nazionale Antimafia, sembrerebbe destinato il senatore catanese Mario Michele Giarrusso. Recentemente il Giarrusso si è distinto per avere sferrato un durissimo attacco, con relativa richiesta di dimissioni, nei confronti dell’attuale presidente della Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana, Claudio Fava. Non è stata perdonata a Fava una lettera con cui chiede, a tre procure siciliane, alcune informazioni relative agli atti intimidatori ed agli attentati subiti dal giornalista modicano Paolo Borrometi al quale, dal 2014 ad oggi, è stata assegnata una scorta a seguito di una sollecitazione di Giuseppe Lumia, ex parlamentare nazionale ed ex componente storico della Commissione Nazionale Antimafia. Al Borrometi recentemente è stato conferito l’incarico di vicedirettore dell’AGI, che è la seconda agenzia di stampa italiana, controllata dall’ENI, alla cui presidenza siede Emma Marcegaglia, già presidente di Confindustria Nazionale emadrina’ di Antonello Montante.

Inoltre lavora per le emittenti radiotelevisive vaticane, con l’ex direttore dei TGR regionali della RAI, Vincenzo Morgante, uomo di Montante e da lui raccomandato per scalare la più grossa testata giornalistica europea. E’ stato strenuamente difeso, senza se e senza ma, dal probabile prossimo presidente della Commissione Nazionale Antimafia, Mario Michele Giarrusso che ha sollecitato Fava a dimettersi, da presidente dell’antimafia regionale siciliana, reo di avere espresso qualche perplessità riguardo a delle intimidazioni subite dal Borrometi che, oltre ad avere ricevuto un prestigioso premio internazionale per il giornalismo di inchiesta, è stato anche insignito dal

capo dello Stato, Sergio Mattarella, del titolo di cavaliere della Repubblica; la stessa onorificenza era stata precedentemente assicurata a Giuseppe Antoci, anch’egli bersaglio di un controverso attentato che, stando alle risultanze investigative e processuali, non è di matrice mafiosa. Anche il caso Antoci è stato esaminato dalla Commissione Regionale Antimafia presieduta da Fava. Riguardo alle pelose difese d’ufficio delle, a volte improbabili, ‘icone dell’antimafia’, di cui è solito occuparsi anche, e non solo, il senatore dei 5 Stelle Giarrusso che, con il suo amico Beppe Lumia, fa parte della Fondazione Antimafia ‘Antonino Caponnetto’ , vi invitiamo a leggere, in appendice, un interessantissimo servizio pubblicato il 2 dicembre scorso dal giornale L’Urlo, a firma di Debora Borgese. La Borgese è di Valverde, un paese del Catanese, è una giornalista, nonché direttrice responsabile del giornale L’Urlo, ed è stata attivista dei 5 Stelle, sino al 2014. Ha querelato Giarrusso per delle critiche abbastanza pesanti che le ha rivolto. Il prorompente senatore che lei ben conosce, essendo un suo illustre conterraneo, si è presa la confidenza e la briga di utilizzare, nei suoi riguardi, un linguaggio volgare e sessista; le ha

affibbiato infatti il nomignolo offensivo di ‘madame Pompadour‘. Nonostante la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero, il Giudice per le Indagini Preliminari del tribunale di Catania, Giuseppina Montuori, ha disposto l’imputazione coatta per lo sboccato e boccaccesco senatore a 5 Stelle che, a marzo scorso, è stato rinviato a giudizio. Ritornando al capitolo degli onori, delle medaglie e delle glorie di alcuni falsi professionisti dell’antimafia, per la cronaca, tanto per rinfrescare la memoria ad alcuni

rappresentanti istituzionali che fanno finta di essere degli inguaribili smemorati, ricordiamo che anche Antonello Montante, l’ex ‘apostolo dell’antimafia’ (così ribattezzato dall’ex ministro dell’Interno Anna

Maria Cancellieri), era stato nominato cavaliere del lavoro, esattamente nel 2008, dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Mentre l’ex presidente della Regione Siciliana, anch’egli inquisito a Caltanissetta nell’ambito di un filone di indagine relativa al ‘Sistema Montante’, nel corso di una trasmissione di REPORT dello scorso anno, ha dichiarato che lo aveva scambiato per un uomo dei servizi segreti. Riteniamo che probabilmente Crocetta non si sbagliava! Niente niente che in tutte quante queste dinamiche politico-affaristiche e mediatico-giudiziarie c’entrano i servizi segreti; e non solo quelli civili ma anche quelli militari?

Tanto più che oltre al ‘Sistema Montante’, a Caltanissetta ci si sta occupando delle vicende riguardanti i depistaggi e l’utilizzo di falsi pentiti ad opera di uomini dei servizi segreti.

Ci riferiamo alla stagione stragista di Cosa nostra, tra il 1992 ed il 1993 ed a chi, per esempio, assieme a Giovanni Brusca, ha azionato il telecomando a Capaci per far saltare in aria ed uccidere Giovanni Falcone, la sua compagna e la sua scorta. Od ancora alla costruzione a tavolino, ad opera sempre dei servizi segreti deviati, del falso pentito Vincenzo Scarantino, costretto ad autoaccusarsi della strage di via D’Amelio, in cui fu barbaramente trucidato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

A seguire l’articolo di Debora Borgese del 2 Dicembre 2019:

Paolo Borrometi e le difese d’ufficio incontrollate

Mario Michele Giarrusso: «Io sto con Borrometi. Fava, dimettiti!»

Paolo Borrometi è travolto nel week end da una valanga di messaggi di solidarietà e difese di ufficio dal mondo della politica. Finito al centro di un esposto in Commissione Antimafia, nessuna accusa tuttavia è formulata dai parlamentari regionali firmatari dell’atto. Tanto meno si ipotizza la revoca della scorta al giornalista. Oggetto dell’esposto è infatti la richiesta di chiarimenti sui fatti che Paolo Borrometi ha denunciato relativamente all’aggressione subita e all’attentato incendiario nel 2014 e al presunto attentato con autobomba dello scorso anno.

L’Antimafia che fa gola

A costruire paladini dell’antimafia ci vuole poco. Basta simulare attentati per amplificare il cono della visibilità di chi si serve dell’antimafia per affermarsi nel panorama della lotta alla mafia, e il gioco è fatto.
In generale, i motivi possono essere essenzialmente due. Censurare ogni possibile dubbio sull’interessato, collegato in qualche modo al sistema affaristico che negli anni ha consentito all’antimafia di diventare una vera e propria holding, il primo. Bramosia di successo e vanità, il secondo. Le pagine di cronaca degli ultimi anni lo confermano. E tale ipotesi – quindi nulla di

scontato – è avanzata in Commissione Antimafia anche sul Caso Antoci. Potrebbe essere lo stesso per Paolo Borrometi? Questo chiedono di appurare gli otto parlamentari (dimezzati) firmatari dell’atto. Se, al contrario, l’attività di indagine della Commissione presieduta da Claudio Fava riuscisse a individuare gli aguzzini di Paolo Borrometi, l’attività di controllo parlamentare gioverebbe anzitutto alla sua incolumità. Intanto, il mondo della politica vicina a Paolo Borrometi interpreta l’atto presentato come un insulso attacco allo stesso. E mette in moto la macchina del fango contro chi ha instillato il dubbio.

Gli intoccabili

Quando l’aura dell’eroe dell’antimafia rischia di essere compromessa, in soccorso giungono da ogni dove messaggi di stima e di solidarietà riconducibili al “cerchio magico”. Contestualmente, si avvia la campagna di discredito verso chi vuole vederci chiaro sul paladino di turno, che oggi è Paolo Borrometi. Nel mirino dei difensori d’ufficio di Paolo Borrometi, anzitutto l’on. Claudio Fava e l’intera commissione regionale antimafia per avere dato seguito all’esposto. Poi, il primo firmatario: l’on. Giuseppe Gennuso (OS). A seguire, l’on. Luigi Genovese (OS). L’antimafia (di facciata?) fa paura alla stessa stregua della mafia. Non sarà un caso se quattro parlamentari, per “errore”, hanno inizialmente sottoscritto l’esposto salvo poi fare un passo indietro ritirando la propria firma. Sono gli onorevoli Giuseppe Zitelli (DB), Riccardo Savona (FI), Riccardo Gallo (FI) e Michele Mancuso (FI).

I messaggi di stima e solidarietà a Paolo Borrometi

Tartaglia: «Si gioca con la sicurezza e la vita delle persone» «Prima con Antoci, ora con il

bravissimo Paolo Borrometi», scrive il magistrato e consulente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Tartaglia sminuendo, di fatto, il prezioso lavoro della Commissione Regionale Antimafia sul Caso Montante.
«Si gioca con la sicurezza e la vita delle persone – continua il magistrato – sottovalutando, ridimensionando, insinuando. In un Paese che evidentemente è talmente maturo e civile che

“non ha bisogno di eroi”, per evitare che qualcuno possa rappresentarlo si preferisce demolirlo preventivamente». A smontare le tesi di Tartaglia, interviene il giornalista Attilio Bolzoni. «A me questa vicenda sembra un po’ più complicata di quanto appare», confessa. «E non mi riferisco certo ai deputati siciliani che si sono scagliati contro Borrometi, quelli che per me non fanno testo. È questa idea del giornalismo ‘antimafia’ dei Borrometi che non mi piace. E non mi piace per niente», precisa. «C’è una retorica e una propaganda che confonde e che distrae. Il giornalismo e l’impegno civile per me si fa più con i fatti e con più sobrietà e soprattutto senza amicizie politiche».

https://lurlo.news/paolo-borrometi-e-le-difese-dufficio-incontrollate/

Salvatore Petrotto

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