Quando la mafia pensò di fare saltare la Torre di Pisa con una bomba. Una tesi  che continuerebbe ad alimentare fondati sospetti sullo strano rapporto avutosi tra terroristi neri e mafia in Sicilia tra gli anni 70 e 90

„A rispolverare la vicenda è stato Paolo Bellini, ex primula nera di Avanguardia Nazionale. Quei contatti con il boss di Altofonte, Antonino Gioè: “Mi disse di una trattativa fra Cosa nostra, i piani alti del Governo e del collegamento con gli Stati Uniti, poiché c’era un parente di Totò Riina”

Centocinquanta chili di tritolo per far saltare in mille pezzi la Torre di Pisa. L’esplosivo era già pronto, nascosto in una buca vicino a Roma. Bastava che arrivasse l’ordine da Totò Riina. A rispolverare la vicenda, datata estate 1993, è stato Paolo Bellini, ex primula nera di Avanguardia Nazionale, nel corso dell’udienza del processo ‘Ndrangheta stragista in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria e che vede alla sbarra Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.

Bellini, attualmente indagato a Bologna per la strage alla stazione del 2 agosto 1980, è tornato a parlare dei contatti avuti nei primi anni Novanta con il boss di Altofonte, Antonino Gioè. “Dopo aver ripercorso la sua carriera criminale, vissuta in Italia e all’estero sfruttando un passaporto brasiliano e la falsa identità di Roberto Da Silva – si legge su Antimafiaduemila – ha ricostruito le fasi di quel rapporto con Gioè, iniziato alla fine degli anni Ottanta”. “A Gioè lo conobbi in carcere, a Sciacca – ha detto Bellini -. Poi mi incontrai con lui tempo dopo e mi infiltrai in Cosa nostra. Il pretesto fu quello di recuperare delle opere d’arte rubate dalla Pinacoteca di Modena”.

Piccola parentesi: Gioè era il boss di Altofonte che, il giorno della strage di Capaci si trovava a Punta Raisi. Un uomo di Cosa nostra che morì ufficialmente suicida a 45 anni per impiccagione. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993, Gioè fu trovato nel carcere di Rebibbia, impiccato alla grata della sua cella: sul tavolo c’era una lettera in cui il boss cercava di smentire le dichiarazioni fatte nel corso dei suoi colloqui con Gioacchino La Barbera, un altro uomo d’onore della famiglia di Altofonte, rilevando la sua partecipazione alla strage di Capaci. Sulla morte di Gioè continuano a persistere non pochi dubbi.

E Bellini ha raccontato di un incontro avuto con il capomafia di Altofonte, particolarmente teso, a Bagheria, a Cava Buttitta, nell’ottobre 1992. “Gioè era arrivato alla frutta, uno straccio – riporta Antimafiaduemila -. Molto allarmato disse che erano stati consumati. Cosa significa? Che avevano fatto un cosa che qualcuno gli ha detto di fare e che poi a rimetterci sono stati loro. E lì mi dice che questi non erano gente seria per poi aggiungere: ‘che ne direste se un giorno sparisse la Torre di Pisa?’. Ed io per rispondergli dissi ‘certo’ e dentro di me pensai che se scompare è la morte di una città. Ma poi non lo rividi più”. Su quell’ipotesi di colpire monumenti, espressa già nell’ottobre 1992, ci sono due versioni. Giovanni Brusca ha più volte raccontato di essersi nascosto durante quegli incontri tra Gioè e Bellini e di aver sentito quest’ultimo suggerire di colpire i monumenti o di cospargere le spiagge di Rimini di siringhe infette. Da parte sua Bellini ha rigettato ogni accusa attribuendo “l’idea” allo stesso Gioè.

E sulla trattativa Bellini ha detto: “Antonio Gioè mi disse di una trattativa fra Cosa nostra, i piani alti del Governo e del collegamento con gli Stati Uniti, poiché c’era un parente di Totò Riina. Quella fu una frase lapidaria. Poi se sia vero o meno non lo so”. Il processo è stato rinviato al prossimo 17 gennaio quando è previsto l’esame di Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio.

Intanto la commissione Antimafia sarà da oggi in missione negli Stati Uniti, a Washington e New York, dove svolgerà incontri con la Dea, Fbi e Undoc, Corte Suprema. Al centro dell’agenda: la convenzione di Palermo di cui ricorre quest’anno il ventennale e l’evoluzione delle attività di indagine dell’inchiesta New Connection e risultati investigativi acquisiti nel territorio degli Stati Uniti; modalità e livello della cooperazione giudiziaria e di polizia instaurata; valutazione, da parte dei Procuratori distrettuali e delle Forze di Polizia Usa, dell’attuale condizione dei rapporti sussistenti tra la criminalità organizzata siciliana e quella americana; eventuali spunti di interesse concernenti i possibili interessi in territorio Usa di organizzazioni criminali italiane diverse da Cosa Nostra.

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