Dall’ex senatore Francesco Campanella.
Non mi sono sottratto alla tentazione di fare ironia su #DiMaio, che ho conosciuto nel 2013, 9 anni fa quando eravamo tutti dei parvenus della politica. Appariva un ragazzo sveglio e volenteroso, un elemento perfettamente conforme alla figura di #portavoce del #movimento , tanto che fu lui quello indicato per il posto più importante che il PD di Bersani aveva offert, nella speranza di arrivare ad un’alleanza di governo: vicepresidente della Camera dei deputati.

Da quel ruolo Luigi di Maio ha costruito il suo personaggio di grillino ragionevole e concreto, istituzionale, bacchettando in continuazione e con misura Laura Boldrini, Presidente inesperta anche lei e assai sbilanciata sulle tematiche di genere.

Luigi Di Maio ha amministrato le opportunità che si è trovato con un certo acume e senza nessuna remora. Ha accusato quando gli era chiesto di accusare e si è girato dall’altra parte quando i vertici del movimento lo chiedevano.

Non si è sottratto ai proclami mirabolanti, come quando ha affermato che col reddito di cittadinanza si era “abolita la povertà”.

Insomma ha impersonato perfettamente il ruolo di Masaniello neodemocristiano che la sorte prima e la ribalta mediatica poi gli avevano messo a disposizione. Un arrampicatore politico purosangue. Ho detto neodemocristiano, ma devo precisare, perché c’è stata una democrazia cristiana buona, penso a Dossetti. Ma in quel partito c’era anche Gava.

Però la storia fluisce naturalmente e presenta dei punti di svolta: il movimento 5 stelle si era presentato come tanto variegato prima e cangiante poi da consentire la coabitazione di persone come lui, insieme ad altri che (ammetto, piuttosto ingenuamente) quardavano alla partecipazione civica generalizzata come il metodo per fare svoltare la politica italiana.
Ma il governo dei processi importa delle scelte e il susseguirsi delle scelte rende evidenti le caratteristiche reali.

Ed ecco che Di Maio, arrivato alla ribalta grazie al motto “uno vale uno”, mattone fondamentale della democrazia (oggi tacciato di populismo), afferma, con una certa improntitudine, un calendianissimo “uno non vale l’altro”.

No. I voti si sommano e le persone si scelgono, o si evitano. Ecco, io penso che gli opportunisti si debbano evitare. Con difficoltà, perché sono così abbondanti e purtroppo se ne vedono i frutti nel nostro martoriato Paese.

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