AICA: la governance fantasma. Una presidente senza titoli e un CdA mai legittimato
Agrigento sta vivendo uno dei momenti più critici della sua storia recente sul fronte del servizio idrico. Non bastavano i pignoramenti, i debiti, le tensioni sociali generate dalle bollette e dai disservizi: oggi si aggiunge la crisi di governance, con un Consiglio di Amministrazione nato sotto una nuvola di dubbi e con una presidente, Danila Nobile, che a detta di molti non avrebbe neppure i requisiti per ricoprire quel ruolo.
La vicenda appare da subito torbida: un avviso pubblico fissava criteri chiari e stringenti, pensati per selezionare figure con esperienza e competenze specifiche nella gestione di società complesse. Eppure, alla prova dei fatti, il CdA che ne è scaturito sembra non rispettare quelle condizioni di base. Una forzatura? Una leggerezza? O, peggio ancora, una scelta consapevole per piazzare figure gradite ad ambienti politici e amministrativi più interessati alla gestione del potere che alla tutela dei cittadini?
Domande che restano senza risposta, perché dall’Assemblea dei Sindaci – i veri proprietari della società – è calato un silenzio che ormai sa di complicità.
La presidente che scavalca il suo stesso ruolo
Il caso di Danila Nobile è emblematico. Nominata presidente, ha assunto atteggiamenti e compiti che esulano totalmente dal mandato istituzionale: annunci pubblici di intese economiche mai firmate, lettere e videomessaggi indirizzati al presidente della Regione, dichiarazioni che più che rassicurare destabilizzano la comunità.
Un esempio lampante: la presunta intesa con Siciliacque. Prima annunciata come accordo fatto, poi smentita ufficialmente poche ore dopo dalla controparte. Un cortocircuito che ha gettato i cittadini nella confusione e ha alimentato il sospetto che AICA non sappia più distinguere tra verità e propaganda.
E come se non bastasse, il videomessaggio rivolto a Renato Schifani, un atto mediatico che ha il sapore di uno show personale piuttosto che di un gesto istituzionale. Ma AICA non è un palcoscenico: è una società pubblica che gestisce l’acqua, bene vitale ed essenziale, non un pulpito per proclami.
I sindaci latitano, la società rischia il baratro
C’è un dato che grida vendetta: mentre la presidente parla, scrive e registra video, i sindaci – cioè l’Assemblea che dovrebbe controllare e indirizzare la governance – restano immobili. Nessuna presa di posizione, nessun chiarimento, nessuna decisione.
È questo il vero scandalo: non tanto il protagonismo di una presidente fuori ruolo, quanto l’inerzia complice di chi dovrebbe vigilare e invece si gira dall’altra parte. Una società che nasce come “dei cittadini” rischia di trasformarsi nell’ennesimo carrozzone opaco, dove le regole valgono solo sulla carta e le responsabilità si dissolvono dietro il silenzio delle istituzioni.
Perché il TAR diventa inevitabile
A questo punto, l’unico strumento concreto per ripristinare la legalità appare il ricorso al Tribunale Amministrativo. Non è una vendetta, non è un atto politico: è la necessità di riportare ordine dove regna il caos.
Se i requisiti del bando non sono stati rispettati, se la nomina è avvenuta senza trasparenza, se le regole sono state piegate alle convenienze, allora quella presidenza non ha valore. E continuare a tollerarla significa accettare che AICA venga guidata da chi non ne ha diritto, condannandola a un fallimento annunciato.
Il ricorso al TAR è un passaggio doloroso, perché aprirà una fase di instabilità e scontro istituzionale. Ma qual è l’alternativa? Continuare con un CdA nato male e guidato peggio, lasciando che la società affondi tra debiti, pignoramenti e proclami inconcludenti?
Una questione di dignità pubblica
Quella che si gioca attorno ad AICA non è solo una battaglia legale. È una partita sulla dignità delle istituzioni locali. Oggi i cittadini vedono una società che gestisce l’acqua – bene comune per eccellenza – in mano a figure prive della necessaria autorevolezza e ad amministratori che non vigilano.
Questo mina la fiducia collettiva, allontana gli utenti dalla percezione di uno Stato giusto, trasparente, capace di governare. E senza fiducia, nessun piano di rientro dai debiti, nessun accordo con i creditori, nessun investimento potrà mai funzionare.
Il tempo è scaduto
La vicenda Nobile non è una barzelletta da social, né una polemica locale di poco conto: è la cartina di tornasole di come in Sicilia si gestiscono enti pubblici strategici. Regole scritte, ma non rispettate. Assemblee silenziose, ma complici. Presidenti senza titoli, ma in prima fila davanti alle telecamere.
Il tempo è scaduto. O l’Assemblea dei Sindaci riprende subito in mano la governance di AICA, correggendo gli errori e ristabilendo regole, oppure sarà inevitabile che siano i giudici a farlo. Ma in quel caso, il danno di immagine e di fiducia sarà irreparabile.
Perché non è solo AICA a essere delegittimata: è l’intera politica locale, che ancora una volta dimostra di non essere all’altezza di governare un bene pubblico vitale come l’acqua.



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