Cateno De Luca, l’eterno rivoluzionario approdato alla corte del Palazzo.Ricostruiamo le gesta ‘eroiche’ di questo personaggio, di questa contraddizione vivente. Perché per capire l’ultima giravolta bisogna riavvolgere il nastro.

C’è stato il Cateno sindaco di Fiumedinisi, poi quello di Santa Teresa di Riva. Poi il deputato all’Ars, poi il sindaco di Messina con tanto di felpa, ruspa, dirette Facebook a qualsiasi ora del giorno e della notte, multe, ordinanze e braccio di ferro con chiunque. Il sindaco sceriffo che chiudeva tutto, che sfidava Roma, che urlava contro i poteri forti, che si presentava come l’unico argine contro il sistema. Poi il fondatore di Sicilia Vera, poi Sud chiama Nord, il partito del “Sud chiama Nord”, l’uomo che doveva portare la rivoluzione siciliana a Roma. L’uomo del “cambiamo tutto”. E nel frattempo anche cantante, con album ‘A modo mio’ scritto in una notte.

E i siciliani, in una terra dove manca di tutto – mancano le strade, mancano i treni, mancano gli ospedali che funzionano, mancano i servizi, manca il lavoro e abbonda solo la povertà – ci hanno creduto. Ci hanno creduto davvero che finalmente qualcuno avrebbe rotto la cappa.

Tranne una breve parentesi con Crocetta, in Sicilia ha sempre governato il centrodestra. Quel centrodestra che ha lasciato l’Isola senza infrastrutture, con i giovani costretti a emigrare, con gli agricoltori in ginocchio, con gli autotrasportatori strangolati dal costo del gasolio e dei traghetti, con gli studenti senza aule e le famiglie senza reddito.

Ebbene, dove è andato a finire il nostro rivoluzionario? Dritto dritto nelle braccia di quel centrodestra.

La tre giorni che spiega tutto: “L’Italia dei Territori”.

Se volevi la prova provata, dovevi essere a Roma in questi giorni. Dal 27 al 29 ottobre, Hotel Massimo D’Azeglio, via Cavour 18. Cateno ha organizzato la sua consacrazione nazionale: “L’Italia dei Territori”, convention promossa da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia.

Tre giorni di incontri con il Governo, con le più alte cariche istituzionali, i ministri, i parlamentari. In passerella: Giorgia Meloni attesa per la chiusura il 29, il presidente del Senato La Russa, e i ministri Crosetto, Lollobrigida, Piantedosi e Pichetto Fratin.

Nota di colore: lui ha aperto con un panel provocatorio sul “sindaco sceriffo” e un confronto con l’avvocato Carlo Taormina sulle sue vicende giudiziarie. Mancava solo la seduta spiritica con la Premier, e poi il programma era completo.

Per capire il salto: fino a ieri chat amichevoli con Meloni su WhatsApp erano gossip, oggi sono programma politico. Fino a ieri diceva “meno generali e più sindaci”, oggi i generali ce li ha tutti sul palco.

L’obiettivo ufficiale? Superare il 3%, perché al momento i sondaggi lo danno all’1,5%. E come lo superi? Lui l’ha detto chiaro davanti a Montecitorio: “Siamo la vera novità del centrodestra”. La rivoluzione è servita. Fredda, con vista su Palazzo Chigi.

E per giustificare l’alleanza con Fratelli d’Italia, ha trovato anche la scusa perfetta: bisogna fermare Vannacci. Il rivoluzionario antisistema che si allea con il sistema per fermare uno più a destra di lui. Un capolavoro di geometria politica.

L’ironia irresistibile e il coro dei social.

L’ironia è irresistibile. Dopo anni passati a recitare la parte dell’antisistema, dell’uomo solo contro tutti, del Messia dello Stretto, Cateno De Luca ha deciso che il cambiamento radicale si fa meglio da dentro il salotto buono. Anzi, buonissimo. Quello di chi governa la Sicilia da decenni e di chi governa oggi l’Italia portandoci tutti quanti alla fame.

È un capolavoro di coerenza. Prima illudi migliaia di siciliani stanchi, li convinci che tu sei diverso, che tu non ti vendi, che tu sei la voce delle proteste. Poi, quando le proteste vere esplodono – quelle degli agricoltori che lasciano i trattori in mezzo alla strada, quelle degli autotrasportatori che bloccano i porti, quelle degli studenti che non hanno futuro, quelle delle famiglie che non arrivano a fine mese – proteste partite proprio da qui, dal Sud, dalla Sicilia, contro un governo nazionale sordo e cieco, tu che fai? Ti metti dall’altra parte. Ti butti nelle braccia di chi quelle grida di dolore non le ha mai ascoltate.

E qui arriva il punto che non è più solo ironico, è tragicomico. Perché sui social si è alzato un coro che non è più nemmeno di contestazione, è di sfottò collettivo. Lo chiamano “populismo 2.0: con il centrodestra a Roma, contro in Regione”. Alleato potenziale del centrodestra sul piano nazionale, opposizione a Schifani in Sicilia. A Roma stringe la mano a Meloni, in Sicilia attacca Schifani dicendo che “la Sicilia non è merce di scambio”.

A furia di giocare su due tavoli, ha perso pure un pezzo: Pozzallo. “Prende Roma, ma perde Pozzallo” titolano i giornali locali. Il sindaco se n’è andato proprio per l’accordo con Fratelli d’Italia. Il paradosso perfetto.

Ieri urlava contro il Palazzo, oggi chiede un posto a sedere dentro il Palazzo. Ieri denunciava chi ha affamato il Sud, oggi stringe la mano a chi ci ha portato alla fame.

Il cerchio si chiude. Il rivoluzionario di cartapesta, il rivoluzionario di professione ha trovato finalmente la sua poltrona. Peccato che l’abbia trovata esattamente dove aveva promesso che non l’avrebbe mai cercata: all’ombra di chi in Sicilia comanda da sempre, con tanto di timbro finale di Giorgia Meloni alla convention.

E ai siciliani che ci avevano creduto, non resta che l’ennesima presa in giro. Con diretta Facebook, naturalmente.

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