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L’ACQUA, IL PRESTITO E LA BEFFA

di Salvatore Petrotto)—SICILACQUE e la Regione Siciliana, alcuni anni fa, hanno deciso, in maniera del tutto illegittima, che il costo dell’acqua all’ingrosso venduta in Sicilia doveva essere di circa 70 centesimi al metro cubo, che è il triplo della regione Marche ed il doppio della Calabria.

Tale decisione era stata adottata in pieno conflitto di interesse, in quanto la Regione Siciliana è socia al 25% di SICILACQUE.

La Regione non poteva cioè cantarsela e suonarsela da sola, imponendo quale deve essere il prezzo dell’acqua, dalla cui vendita ne ricava un diretto guadagno. Deve essere infatti, per legge, un organo terzo ed imparziale a decidere tale prezzo.

L’Amap, la società che gestisce a Palermo il servizio idrico integrato ed il Comune di Palermo presentavano un ricorso al TAR contro tale esosa ed ingiusta decisione.

Il TAR, con tanto di sentenza, dava ragione ai due enti ricorrenti, stabilendo che la Regione Siciliana, proprio perché versava e versa tutt’oggi in pieno conflitto di interessi, in quanto azionista di SICILACQUE, non poteva e non può determinare il prezzo dell’acqua da vendere all’ingrosso ai vari gestori provinciali del servizio idrico.

La Regione Siciliana a quel punto presentava ricorso al CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa).

Ricorso respinto dal massimo organo che decide sui contenziosi amministrativi e che, in virtù dell’autonomia statutaria, in Sicilia sostituisce il Consiglio di Stato.

Anche il CGA dava torto alla Regione Siciliana.

Allora vi starete chiedendo, a questo punto, chi ha la competenza in Sicilia a stabilire quale deve essere il prezzo di vendita dell’acqua all’ingrosso?

Gli Ambiti Territoriali Idrici e l’ARERA, l’autorità nazionale di regolamentazione e controllo dei servizi pubblici essenziali.

Malgrado tutto ciò, cosa è successo in queste ultime settimane in provincia di Agrigento?

E qui inizia, nella terra di Pirandello, il gioco delle parti.

SICILACQUE ha avviato un contenzioso  intimando in maniera drastica ad AICA, la società pubblica di gestione del servizio idrico integrato della provincia di Agrigento, di pagare immediatamente 23 milioni di euro di debiti pregressi, dal 2021 ad oggi, per la fornitura d’acqua. Tale salatissimo costo, e ti pareva, è stato calcolato non tenendo conto di queste due su citate sentenze, del TAR e del CGA, che stabiliscono, in via definitiva, che quel prezzo dell’acqua di circa 70 centesimi a metro cubo più IVA, rivalutazioni ed ammennicoli vari, è per tabulas, come si legge proprio in queste due sentenze, non solo eccessivo e non in linea con la media nazionale, ma è stato stabilito in maniera unilaterale e, come detto, in maniera illegittima.

Malgrado tutto ciò, SICILACQUE si è spinta addirittura oltre, minacciando, in caso di mancato pagamento, di interrompere l’erogazione dell’acqua in provincia di Agrigento, assicurando soltanto il minimo vitale previsto dalle vigenti normative, ossia 50 litri al giorno per abitante.

A quel punto registriamo una timida levata di scudi dei Comuni agrigentini che, giustamente, temono che lasciare quasi completamente a secco quasi tutti gli oltre 400 mila abitanti della provincia di Agrigento, equivarrebbe a fare scoppiare una vera e propria rivolta sociale.

A questo punto ecco la scena madre della nostra pirandelliana commedia degli equivoci e dei tradimenti.

Ci viene in soccorso Renato Schifani, il Presidente della Regione Siciliana in persona, il quale dà fondo a tutte quante le sue pregresse doti, degne di un azzeccagarbugli in grande spolvero. Facendo tesoro del suo ‘glorioso’ passato di avvocato civilista, prestato ad interessi di varia natura, meno che pubblici, e che non osiamo minimamente evocare, per lo meno in questa fase, che fa?

Al danno Schifani aggiunge la beffa.

Dice ai sindaci, dice ai Comuni agrigentini: non avete i soldi, non vi preoccupate, non ci sono problemi, vi aiuto io con un prestito di 20 milioni di euro restituirete a rate nei prossimi dieci anni.

E tutti quanti, o quasi, primi cittadini, deputati regionali e nazionali, si sono sperticati, ‘Fantozzianamente’ parlando, a ringraziarlo, poco consci di essere afflitti della famosa sindrome di Stoccolma. Quasi all’unisono, e solo con qualche flebile voce dissonante, si sono precipitati a genuflettersi al nostro carnefice. Carnefice, politicamente parlando, ovviamente.

Con toni assolutamente sommessi molti,  tanti per la verità, nostrani ragionier Fantozzi, muniti di fascia all’indirizzo di Schifani si sono lasciati andare proferedendo il classico gutturale refrain del compianto Paolo Villaggio: ‘com’è buono lei!’

Dopo il bastone, ci siamo sorbiti la carota. E che carota! Una carota malefica ed avvelenata.

Il secondo atto della commedia dell’acqua più cara ed introvabile del mondo, è stato davvero tragicomico.

Si tratta come è evidente di una subdola messa in scena, di un atto di falsa ed ingannevole generosità, con cui Schifani, dopo averci ridotto alla sete più totale ed averci riempiti di debiti, ha stretto il nodo scorsoio, incaprettando ulteriormente i Comuni agrigentini, per i prossimi dieci anni. E tutto ciò è avvenuto dopo le minacce di farcela pagare a tutti quanti, lasciandoci morire di sete, per non avergli pagato l’acqua che ci ha fornito in questi ultimi quattro anni.

Acqua, lo ribadiamo per l’ennesima volta, fornita dalla  società partecipata dalla Regione Siciliana, SICILACQUE, ad un prezzo da usurai che, e lo ripeteremo sino alla nausea, oltre ad essere illegittimo, è del trecento per cento in più rispetto al resto d’Italia, ossia il il triplo della media nazionale.

Adesso che fare?

Dopo questa incredibile e cocente presa in giro, dopo questa mortificazione patita dalle nostre popolazioni, dalle nostre istituzioni locali, bisogna reagire.

È necessario riappropriarci delle nostre competenze e prerogative, usurpate da chi del diritto amministrativo e contabile ne sta facendo carne di porco.

È vitale ed assolutamente indispensabile ripristinare, anche in provincia di Agrigento, lo Stato di Diritto.

E ve lo dice un misero ed umile consigliere comunale, un ex sindaco del paese dello scrittore Leonardo Sciascia, quello che aveva a cuore la giustizia sociale, la giustizia giusta.

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