GOVERNO MELONI: IL NEMICO È IN TERZA MEDIA, IL CARO-GASOLIO PUÒ ATTENDERE

A Milano spuntano i baby-ribelli e Palazzo Chigi si mobilita. Agricoltori, autotrasportatori e pescatori affogano nei costi di produzione, ma quelli possono aspettare.

L’Italia ha finalmente trovato il suo nemico pubblico numero uno. Non è il caro-vita, non è il gasolio che azzera i margini di chi trasporta merci, non sono gli agricoltori costretti a vendere sottocosto o i pescatori che spendono in carburante più di quanto incassano con il pescato.

No. L’emergenza nazionale è il teppistello delle medie, con lo zaino in spalla e la merenda nell’astuccio.

Le immagini degli assalti ai negozi di Milano, anche in zona Duomo, hanno monopolizzato i talk show. A fare più notizia è stata l’età dei protagonisti: secondo le cronache, ragazzi di 12-13 anni e persino un undicenne.

Sia chiaro: le violenze vanno condannate senza se e senza ma. Chi spacca, aggredisce e devasta non è un eroe della rivoluzione. Ma siamo davvero al punto che il Governo debba dichiarare guerra all’infanzia?

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha attaccato il sindaco Giuseppe Sala definendolo “radical chic”. Tra accuse incrociate, dirette TV e dichiarazioni solenni, va in scena il solito spettacolo: la politica discute di chi abbia sbagliato, purché possa mostrarsi più dura degli altri.

Le dinamiche ricordano quelle già viste nelle periferie francesi, con il rischio concreto di emulazione. E quale risposta si fa strada nella maggioranza? L’ipotesi di un nuovo reato di associazione a delinquere per minorenni.

Altro che riforma della scuola: sembra l’inaugurazione del Ministero della Guerra alle Medie.

Viene facile immaginare il prossimo vertice sulla sicurezza: generali in divisa, mappe strategiche di Milano, frecce rosse su Piazza Duomo e un piano operativo per neutralizzare la temibile Seconda B. Posti di blocco davanti alle scuole, controlli agli zainetti all’uscita. Hai la gomma per cancellare? Bene. Hai un fumogeno? Convocazione urgente del Comitato per l’ordine pubblico.

È una provocazione, certo. Ma rende l’idea di quanto sia facile spacciare un annuncio repressivo per soluzione.

Se un undicenne partecipa a un assalto violento, il problema non è solo ciò che accade in strada, ma ciò che non è accaduto prima: educazione, prevenzione, presenza degli adulti, opportunità, capacità di intercettare il disagio. Punire chi sbaglia è doveroso. Illudersi che basti alzare le pene per risolvere il problema è ingenuo.

INTANTO I TRATTORI ASPETTANO. IL GASOLIO NO: QUELLO CORRE.

Mentre si discute di baby-ribelli, sullo sfondo resta la protesta di chi produce. Agricoltori, autotrasportatori e pescatori non chiedono di assaltare vetrine. Chiedono di poter lavorare senza rimetterci azienda e reddito.

Gli agricoltori denunciano prezzi di vendita che spesso non coprono i costi di coltivazione, raccolta, irrigazione, concimi e carburanti, aggravati dal clima impazzito e dallo squilibrio di potere nella filiera. Gli autotrasportatori e i pescatori fanno i conti ogni giorno con il prezzo del gasolio. Le famiglie pagano bollette, spesa e carburanti con stipendi che non tengono il passo.

E qui emerge il paradosso. Per i ragazzini violenti si evocano subito vertici, nuove norme e pugno di ferro. Per chi rischia di chiudere un’azienda, invece, servono studi, valutazioni, tavoli e altri tavoli. Per reprimere c’è la corsia preferenziale, per tagliare le tasse sembra serva una missione su Marte.

Eppure una proposta concreta esiste: ridurre in modo sensibile il carico fiscale su carburanti ed energia, con un piano di sostegno a imprese e famiglie e investimenti sulle rinnovabili. I manifestanti chiedono benzina e gasolio sotto 1,50 euro al litro e gasolio agricolo sotto 0,80 euro. Obiettivi ambiziosi, che richiedono conti precisi e coperture finanziarie serie – come abbiamo già scritto – ma almeno sono misurabili, non slogan da conferenza stampa.

Perché non intervenire anche sulle distorsioni di filiera? Rafforzare i controlli sui prezzi, contrastare gli squilibri contrattuali, garantire che chi produce cibo non sia l’anello più debole della catena? Sono domande che meritano risposte, peccato che facciano meno rumore di una bomba carta.

IL PUGNO DURO È FACILE. IL CERVELLO DURO UN PO’ MENO.

Nessuno chiede allo Stato di chiudere gli occhi. Le città devono essere sicure, i negozianti devono lavorare, i cittadini camminare senza paura. Ma la sicurezza non si misura solo con arresti e nuove fattispecie di reato. Si misura con la capacità di impedire che il disagio diventi rabbia e la rabbia violenza.

Se i modelli sono importati, bisogna capire perché trovano terreno fertile qui. Se i giovanissimi imitano guerriglie urbane viste in video, bisogna intervenire prima che l’emulazione diventi moda. Se dietro ci sono famiglie in difficoltà, quartieri abbandonati e scuola che fallisce, non basta arrivare dopo a sirene spiegate.

Altrimenti il Governo rischia di assomigliare a quel preside che, davanti a una scuola in crisi, invece di chiedersi perché gli studenti si comportino così, convoca una riunione straordinaria per vietare i cappellini.

Intanto i trattori protestano, i pescatori fanno i conti, gli autotrasportatori guardano il prezzo del gasolio come il bollettino di una catastrofe. E le famiglie si consolano così: magari non arrivano a fine mese, ma almeno lo Stato combatte una battaglia decisiva contro chi rompe una vetrina.

Alla fine la domanda che disturba più di un fumogeno è semplice: vogliamo un Paese che interviene solo quando esplode la violenza, o uno che prova a prevenirla? Un Governo capace solo di punire, o anche di costruire alternative? L’emergenza economica di chi produce meriterà mai la stessa attenzione dell’ordine pubblico?

I ragazzini violenti non sono una barzelletta, sono un problema serio. Proprio per questo non dovrebbero diventare comparse di una guerra mediatica a colpi di slogan.

Il Governo ha trovato il nemico: ha undici anni e forse un monopattino. Resta da capire quando troverà il tempo di occuparsi di chi lavora, produce e non riesce più a far quadrare i conti.

A quanto pare, per allarmare Palazzo Chigi basta una vetrina infranta. Per convincerlo che un agricoltore non può vendere sottocosto, forse ci vuole un trattore parcheggiato davanti a ogni ministero. E per ottenere un taglio delle accise, bisognerà aspettare che anche i bambini scendano in piazza con un cartello: “Meno tasse sul gasolio, più futuro per tutti”.

A quel punto, forse, qualcuno li ascolterà. Purché non abbiano lo zaino in spalla.