Cronometro d’un addio

Per raccontare il dolore d’un etereo attimo
si potrebbe ascoltare il cigolio d’un nastro
che trattiene la vita nello spazio

Occupato dal guscio

del corpo che ricorre addii.

Massimiliano Spatafora
era un uomo di secondi e di silenzi,
uno di quelli che lavorano sul bordo del fragore
senza chiedere al mondo altra gloria che il ritorno.

Ma nell’inciampo dell’imprudenza
che sparge aquiloni sui resti,
tra falde insanguinate e inferni
che singhiozzano e sviliscono il nulla,

la marcia va in malora,
abbandonata come un oceano colpito.
E su di lui la vita franata
chiude l’erbetta sfiorita.

Il cielo chiuso assorbe dal fiasco
il vento freddo che attacca
gli stridii precipitati sopra la strada
di bocche ammutolite e mani disfatte.

Non c’è soltanto un uomo che muore,
ma tutte le morti del lavoro
che scendono lente nelle case,
come fuliggine dentro i polmoni dei famigliari.

I figli restano davanti alle stanze vuote,
gli amici raccolgono voci spezzate,
i colleghi abbassano gli occhi
davanti all’odore acre della responsabilità.

E arrivano funebri gli uccelli di noi tutti,
noi che parliamo dei santi di quaggiù,
di chi soffre la disfatta senza più riscatto,
ghiacciato dai sudori vegetali della paura.

Si vede nel fossato, nitida e feroce,
la perdita assoluta del valore umano:
un cronometro continua a battere nel sangue,

scandisce l’ultimo respiro sulla pista.

La morte di Massimiliano Spatafora non è soltanto una tragedia personale, ma una ferita collettiva
che attraversa il dolore della sua famiglia, degli amici, dei colleghi e di tutte quelle persone che ogni giorno lavorano affidando la propria vita al dovere e alla speranza di tornare a casa. Questi versi vogliono custodire la sua memoria e trasformare il silenzio in coscienza, perché dietro ogni morte sul lavoro restano stanze vuote, abbracci interrotti, parole mai dette, e una responsabilità che non può essere dimenticata.

Yuleisy Cruz Lezcano

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