QUATTRO BRACCIANTI MORTI MENTRE ANDAVANO A LAVORARE. LA SICILIA PIANGE I SUOI FIGLI, LA POLITICA ASCOLTI IL GRIDO DELLE CAMPAGNE

Da Canicattì alle campagne di Naro, quattro vite spezzate all’alba. Mentre gli agricoltori lottano per sopravvivere e le famiglie non arrivano a fine mese, il lavoro continua a presentare il suo conto più crudele.
Ci sono mattine in cui le parole sembrano inutili. Mattine in cui una strada della nostra Sicilia diventa il luogo di un dolore che non può essere raccontato soltanto con la freddezza dei numeri.
Questa mattina, 26 ottobre, lungo la statale 123, in territorio di Naro, quattro lavoratori di Canicattì hanno perso la vita in uno scontro tra l’auto sulla quale viaggiavano e un camion. Si stavano recando nelle campagne dell’Agrigentino per una giornata di lavoro, per raggiungere gli uliveti e guadagnarsi il pane. Si chiamavano Antonio Agrò, Diego Giordano, Antonino Di Vincenzo e Gioacchino Liborio Ferrigno. Quattro uomini, quattro storie, quattro famiglie improvvisamente precipitate in un dolore immenso. La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio degli investigatori.
Dietro quei nomi ci sono affetti, sacrifici, abitudini quotidiane. C’è probabilmente il saluto dato prima di uscire di casa, la speranza di tornare nel pomeriggio, il pensiero rivolto alle persone care. C’è la normalità di chi si alza presto perché il lavoro non aspetta.
E invece, oggi, quel ritorno a casa non ci sarà.
Alle famiglie delle vittime va il cordoglio più sincero. Davanti a una tragedia simile, ogni polemica dovrebbe tacere per un momento. Ma proprio il rispetto per questi uomini impone anche una domanda che non possiamo eludere: quanto vale, davvero, la vita di chi lavora?
Il dolore non può diventare soltanto una notizia
Non è ancora possibile stabilire se e in quale misura questa tragedia sia riconducibile a condizioni di lavoro, sicurezza stradale o altre circostanze: saranno le indagini a chiarirlo. Ma è impossibile ignorare il quadro più ampio nel quale si consuma la vita di migliaia di lavoratori agricoli siciliani.
Sono uomini e donne che lavorano spesso con margini economici sempre più ridotti, mentre aumentano i costi del carburante, dell’energia, dei mezzi e dei materiali necessari alla produzione. Agricoltori e braccianti appartengono a mondi diversi, ma sono legati dalla stessa filiera: se chi coltiva non riesce a sostenere i costi, anche il lavoro nei campi diventa più fragile.
E quando un comparto produttivo viene lasciato senza prospettive, a pagare non sono soltanto i proprietari delle aziende. Pagano i lavoratori, le loro famiglie, i piccoli commercianti, i territori e, alla fine, tutti i cittadini che acquistano generi alimentari a prezzi sempre più pesanti per i propri bilanci.
Le armi, il carburante e il prezzo della dignità
È in questo scenario che le proteste degli agricoltori tornano a farsi sentire nel Sud Italia. Non chiedono privilegi: chiedono condizioni che consentano di produrre senza lavorare in perdita, retribuzioni dignitose, carburanti sostenibili e politiche capaci di difendere chi garantisce cibo sulle nostre tavole.
Il Governo nazionale rivendica gli interventi adottati contro il caro carburanti; anche il Governo regionale siciliano ha annunciato nuovi stanziamenti per l’agricoltura e per le altre categorie produttive. Ma resta aperta la questione fondamentale: le risorse messe in campo sono sufficienti, tempestive e strutturali rispetto alla gravità della crisi?
È questa la domanda che i governi Meloni e Schifani devono affrontare senza slogan e senza propaganda. Non basta annunciare fondi: bisogna verificare quanto arriva davvero alle imprese, in quali tempi, con quali risultati e se i sostegni consentano concretamente di salvare aziende, lavoro e reddito.
Quando si discutono miliardi per la difesa, incentivi economici e variazioni di bilancio, occorre spiegare con altrettanta chiarezza quali risorse vengano destinate a chi lavora, a chi produce alimenti, a chi percepisce salari insufficienti e a chi vive con pensioni che non bastano più a coprire le spese essenziali.
Non si tratta di contrapporre artificialmente la sicurezza nazionale al sostegno sociale. Si tratta di pretendere che la sicurezza abbia anche un volto quotidiano: quello di una famiglia che riesce a pagare le bollette, di un lavoratore che torna a casa, di un agricoltore che non è costretto ad abbandonare la propria terra.
Quattro uomini non possono essere dimenticati domani
Oggi la Sicilia piange quattro suoi figli. Domani, quando le telecamere si saranno allontanate e il clamore della cronaca sarà diminuito, resterà il dolore delle famiglie. E resterà il dovere delle istituzioni di non trasformare questa tragedia nell’ennesimo ricordo destinato a svanire.
Servono strade sicure e controlli efficaci, prevenzione degli incidenti, tutela dei lavoratori, contratti regolari e un’agricoltura che possa garantire occupazione dignitosa. Servono salari e pensioni adeguati al costo della vita, insieme a interventi concreti contro il caro energia e carburanti.
Le proteste di AGRI.SA.T. e degli altri lavoratori non possono sostituire il lutto di oggi, né devono strumentalizzarlo. Possono però ricordare alla politica che dietro ogni crisi economica ci sono persone in carne e ossa, non semplici percentuali da inserire in una tabella di bilancio.
Quattro uomini erano partiti per lavorare. Quattro famiglie li aspettavano. Questa sera, per loro, non ci sarà un ritorno.
Che il loro sacrificio non venga dimenticato. E che il cordoglio delle istituzioni non si esaurisca in una dichiarazione: diventi un impegno concreto per proteggere la vita, il lavoro e la dignità di chi ogni giorno manda avanti la Sicilia.
Perché il valore di una società non si misura soltanto da quanto spende per difendersi, ma anche da quanto fa per permettere ai suoi cittadini di vivere, lavorare e tornare a casa.